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10 curiosità carine su “Stranger Things”

Un gruppo di dodicenni negli anni ’80. Uno di loro che sparisce. Una creatura nei boschi. Una bambina con strani poteri. Una caserma dove ci sono i Cattivi. Un mondo di adulti che non vuole capire. Non so se “Stranger Things” sia la serie migliore che ho visto, ma senza dubbio è quella che mi lascerà il segno più profondo nel cuore. “Stranger Things” si discosta dalle serie tradizionali e somiglia piuttosto a lungo film in cui immergersi, un po’ come quelli che negli anni ’80 si chiamavano “film per la TV” e duravano per (non troppi) episodi. Ma i mezzi, la regia, l’ambientazione sono quelli di un grande prodotto e gli attori, per lo più sconosciuti e giovanissimi, risultano strabilianti per bravura. Le citazioni di film celeberrimi (Alien, I Goonies, Stand by me, E.T.) sono continue ed emozionanti per chi – come me – ama gli anni ’80. Ma quello che rimane nel cuore, più di tutto, è la sensazione di magia e stupore che i protagonisti emanano. Sospesi tra malinconia e gioa anche noi spettatori ritorniamo ragazzini, a un tempo in cui sogni e misteri erano troppi da contare e tutto, davvero tutto, ci sembrava possibile. Dopo aver finito la serie ero così entusiasta che ho vagato per il web in cerca di curiosità e qualcuna l’ho aggiunta io. Eccole qui sotto. 1) Gaten Matarazzo, che interpreta Dustin Henderson, è realmente affetto da disostosi cleidocranica, una patologia che causa riduzione nella crescita delle statura e uno sviluppo anormale delle ossa del cranio (che incide sulla dentatura) oltre che dell’area della clavicola. Questo spiega perché – come Gaten – il personaggio... read more

Il mare è solo una piscina più grande.

  Embed from Getty Images   Questa bellissima e giovanissima ragazza si chiama Yusra Mardini, ha 18 anni ed è una delle nuotatrici che parteciperanno alle prossime olimpiadi di San Paolo nei 200 Stile Libero, la stessa gara di Federica Pellegrini. Difenderà i colori di una squadra di soli 10 atleti, che non ha bandiera e nemmeno inno, se non quello delle Olimpiadi. Perché è una squadra di rifugiati. Yusra non nuoterà per il paese in cui è nata – la Siria –  e nemmeno per le medaglie, ma forse le importa poco, visto che solo un anno fa era nel Mar Egeo a nuotare per la vita. Sì, perché dopo aver partecipato ai Mondiali del 2012 quando aveva solo 15 anni ed essersi candidata a diventare una delle migliori nuotatrici siriane, Yusra ha visto la sua vita sconvolta dalla guerra. La casa di Damasco è stata rasa al suolo, ogni avere della sua famiglia cancellato, nulla per cui rimanere, nemmeno lo sport: “A volte non potevo allenarmi, a volte arrivavano bombe dentro la piscina. Il soffitto aveva i buchi. Un sacco di sportivi e specialmente i giocatori di calcio sono morti sotto i bombardamenti”. Yusra, con la sorella Sarah, ha deciso di scappare: insieme ad alcuni parenti hanno raggiunto il Libano e poi la Turchia. Qui hanno pagato gli scafisti che li hanno buttati su un gommone per raggiungere l’isola di Lesbo. Ma il gommone, sovraccarico rispetto alla capienza massima di sette persone, ha iniziato a imbarcare acqua durante la traversata. I viaggiatori hanno gettato in mare tutti i bagagli, ma non bastava: l’imbarcazione sarebbe affondata. Allora Yusra,... read more

Vuoi un palloncino?

“Doveva essere un’allucinazione o un miraggio dovuto a qualche strano effetto ottico. Poteva esserci un uomo, laggiù, sul ghiaccio. Riteneva almeno tecnicamente possibile che indossasse un costume da clown ma non era credibile che i palloncini fossero inclinati verso di lui, controvento. Eppure, era così che li vedeva. «Ben!» lo aveva chiamato il clown sul ghiaccio. Ben si era sforzato di convincersi che quella voce fosse solo nella sua testa, anche se la stava udendo con le orecchie. «Vuoi un palloncino?».” In questi giorni tutti parlano di “IT”, romanzo di Stephen King che ha compiuto 30 anni e segnato in maniera indelebile non solo la sua carriera, ma anche l’immaginario collettivo. Ma da dove nacque l’idea di questo libro? Che cosa – anzi CHI – ispirò King nel creare il terribile pagliaccio Pennywise? Proviamo a raccontarlo. In realtà IT è più vecchio del 1986: fu scritto a Bangor, Maine, tra il settembre 1981 e il dicembre 1985. IT è un ottimo romanzo, a mio avviso non il migliore di King per alcuni passaggi a vuoto che gli editor dovevano (e devono ancora) concedere a uno degli autori più venduti di sempre. Inoltre, da lettore e fan di King, ho trovato comunque debole e confusa parte del finale. IT, però, ha diversi momenti altissimi e il grande pregio di saper radunare una serie di temi che saranno classici nella narrativa di King: la forza soverchiante della memoria, l’incidenza dei traumi infantili, la potenza dell’amicizia e dell’amore, uniche armi da opporre al Male, il prezzo della violenza, specie sulle donne, la grettezza umana nascosta dietro le apparenze della tranquilla cittadina di... read more

Storia di un’impresa (e di due papà).

L’incredibile percorso dell’Islanda agli Europei di calcio entusiasma tutti, ma un’altra nazionale del nord compì un’impresa memorabile, nel 1992. Fu un incredibile risultato di squadra che s’intrecciò con le vicende dei singoli, in particolare quelle di due papà e dei loro figli. Quell’estate la Danimarca viene ripescata agli Europei di calcio a causa della guerra che ha disgregato la Jugoslavia. I danesi sono già in vacanza, il loro allenatore Moller – Nielsen viene avvisato mentre sta montando la cucina di casa. La squadra viene dunque messa insieme in tutta fretta a 10 giorni dal campionato: l’unico vero fuoriclasse danese, Michael Laudrup, ha vinto la Coppa dei Campioni e non vuole partire per andare a fare una brutta figura. Gioca all’estero e non è in buoni rapporti con l’allenatore, così rifiuta. Il fratello minore Brian Laudrup, a lungo oscurato dalla classe del fuoriclasse Michael, invece per una volta diventa protagonista e sceglie di partire. Parte pure il carismatico e spettacolare portiere Peter Schmeichel del Manchester United, che dovrà limitare i danni e rendere dignitosa l’eliminazione sicura. A parte loro due, la Danimarca non ha giocatori di livello, solo onesti calciatori. Molti giocano in patria e la Federazione gli impone di forza di rispondere alla chiamata. L’attacco poi è il tallone d’Achille, visto che si affida al buon Povlsen che, però, nel Borussia segna molto poco e a tale Henrik Larsen che in Italia gioca nel Pisa e vanta l’imbarazzante curriculum di un gol in 39 partite. Loro ci sono e c’è pure Kim Vilfort la cui storia diventerà celebre in tutto il mondo. Kim, centrocampista del Brondby, in quei giorni passa ore... read more

Quando la morte salì sul ring

In questi giorni si è parlato molto di boxe e di Muhammad Ali, il più grande. Ma c’è un pugile che ha combattuto 337 riprese in incontri per un titolo mondiale, 69 in più di Ali. Un atleta vincitore dei guanti d’oro come dilettante, campione mondiale dei pesi medi e dei pesi welter, pugile dell’anno del 1964, 115 incontri disputati di cui 85 vinti, inserito nella “Hall of fame” dei migliori boxeur di sempre. Quel pugile si chiama Emile Griffith ed è protagonista di uno degli episodi più cruenti, tragici e discussi della storia del pugilato.   (Photo credit: Larry Morris)   Originario delle Isole Vergini, Emile è cresciuto facendo il portatore d’acqua fino a quando la sua famiglia non è scappata a New York. Ma la sua carriera di boxeur non nasce sulla strada, anzi: Emile è un ragazzo gentile e sensibile. Trova lavoro in una fabbrica per la produzione di cappelli da donna e, anche, ama disegnarne i modelli. Un giorno, in estate, Emile chiede di togliersi la maglietta per il caldo. Quando il suo principale, ex pugile, vede quel torace enorme su un corpo scattante, pensa che Emile sia fatto per il ring. Lo manda ad allenarsi e, due mesi dopo, il ragazzo è già il miglior dilettante americano per il suo peso: la velocità dei suoi pugni e la capacità di contrattaccare e trovare un varco nella guardia altrui sono le armi principali di Emile. Nel 1960 diventa per la prima volta campione del mondo, mandando KO alla tredicesima ripresa l’atleta cui legherà indissolubilmente e tragicamente il suo destino: Bernardo “Benny” Paret, detto “The kid”.... read more

Un conto alla rovescia lungo 30 anni.

Confessate, perché tanto lo so.  Anche voi, che fate finta di nulla. Pure voi avevate la cassetta con “Il primo disco degli Europe”.  O, anche, “L’unico disco degli Europe”. Sappiate che sono passati trent’anni.  Cazzo, direte voi.  E già, ragazzi, siamo proprio vecchi, se abbiamo amato il primo disco degli Europe. Che poi non era mica il primo, ma il terzo. Quando scrivono “The final countdown” gli Europe sono una band già piuttosto famosa, dalle loro parti. Sono nati nel 1979, con il nome di Force, a Upplands Vasby, sobbordo di Stoccolma, fondati da un gruppo di ragazzi che si conoscevano già dai tempi della scuola.  Il leader ve lo ricordate tutti e, soprattutto, tutte: Joey Tempest.  Bellissimo, biondissimo, ricciolonissimo. In realtà non nasce con un nome così figo: si chiama Joakim Larsson, che in Svezia è tipo Mario Rossi e ha i capelli lisci. Il piccolo Joey ha una vita movimentata: suona, gioca a calcio, a hockey su ghiaccio, corre e vince trofei in go kart . A dodici anni va in America e gli rimane impresso il fatto che nessuno riesce a pronunciare il suo nome svedese, storpiandolo in Joe.  Per questo, quando a diciassette anni entra nella band Force del suo amico chitarrista John Norum, Joakim abbrevia il nome in Joey e poi ci attacca Tempest ispirandosi a “The tempest” di Shakespeare, che ha visto in libreria. Joey è un ragazzo carino che tende al sovrappeso, parla l’inglese perfettamente, suona tutti gli strumenti, in particolare chitarra, basso e tastiere, canta alla grande e si scrive praticamente tutte le canzoni da solo. I Force suonano un hard rock... read more

La più famosa delle sconfitte

      Questa è la foto di un uomo che taglia il traguardo per primo. Ma perde. Ma anche vince. È un giorno di afa incredibile, il 24 Luglio 1908, a Londra. La maratona olimpica ha 56 partecipanti e, per la prima volta, misura 42,195 chilometri ovvero la lunghezza che, da questo momento in avanti, sarà codificata per la disciplina. L’allungamento di quasi 300 metri rispetto al precedente standard è stabilito per far partire la gara di Londra davanti al castello di Windsor. Questo perché dalle finestre i figli della regina Alessandra, nonna dell’attuale regina Elisabetta, la potessero vedere iniziare. Anche l’arrivo è spostato avanti, per far terminare la gara davanti al palco reale. Sarà anche quest’allungamento a diventare decisivo per la sorte della gara e della vita di Dorando Pietri, fondista italiano, un metro e cinquantanove centimetri e ventitré anni che, visti adesso nelle foto, sembrano tanti di più. Dorando è arrivato allo sport in modo incredibile: un giorno del 1904, a Correggio, si è messo a correre dietro al famoso atleta Pericle Pagliani impegnato in una gara ed è riuscito a restargli dietro sino al traguardo, nonostante portasse gli abiti con cui lavorava in un forno. Pietri, in pochi anni, è diventato il miglior mezzofondista italiano, detentore del record nazionale sui 5.000 e capace di disimpegnarsi bene anche sulla lunghissima distanza, i 42 chilometri. Ma siamo nel 1908, non esistono programmi di allenamento speciali, le scarpe non hanno alcuna ammortizzazione alle scuole sottoponendo i corpi degli atleti a un’usura enorme. Ci sono pochi studi sulle reazioni del corpo e sui motivi per cui, all’esaurimento del glicogeno... read more

Quali sono i post più insopportabili su Facebook?

  Alcuni giorni fa ho fatto un gioco sulla mia pagina Facebook pubblica.  (https://www.facebook.com/Riccardo-Gazzaniga-262419330510005/) Ho iniziato a elencare i comportamenti degli utenti di Facebook che ritenevo più fastidiosi e inquietanti: dai post complottistici alle citazioni di Putin, dai “fate girare” alle foto di poppe e culi. Chi segue la mia pagina ha voluto contribuire e sfogarsi, aggiungendo tutto quanto non sopportava: i post di buongiorno e buonasera, i post piagnoni, quelli sui Marò, le foto di violenze, le frasi  piene di vocaliiiiiiii. Alla fine ho deciso di mettere il tutto ai voti dei lettori e compilare una classifica dei comportamenti social più fastidiosi: quelli che spingono le persone a scappare da certe pagine seduta stante, a rimuovere dagli amici il vicino di casa, a pensare che quel ragazzo carino appena conosciuto forse è rimasto single per un motivo preciso. Allora vediamoli, rigorosamente a salire verso la vetta tipo Festival di Sanremo. E grazie a tutti quanti hanno giocato con me: la mia pagina ha alcuni seguaci magnifici, altro che.     15° Frasi latine a nastro (e spesso ad minchiam);    14° Citazioni come se non ci fosse un domani; Polemiche calcistiche entusiasmanti sul perché il terzino destro della Casertana è stato ammonito; Post che elencano la genialità miracolosa dei figli;   I test (“che calciatore di serie C sei? In quale disgrazia di Candy Candy ti riconosci?); Post sui Marò; Foto di tette, chiappe e culi;  Tempi di corsa calcolati con Runstatic o simili diavolerie; Post su “quanto sono forti, uniche, meravigliose le donne (e/o mamme).     13° Esibizioni di addomi ruggenti, bicipiti lucidi;  Sperpero di vocali in... read more

Giovanni Palatucci, il Commissario che morì a Dachau.

Fra le vittime italiane dei campi di concentramento c’è anche questo ragazzo di 36 anni. Si chiamava Giovanni Palatucci e aveva studiato per diventare avvocato. Ma la vita è strana e Giovanni si arruola come Commissario in Polizia. Finisce in servizio proprio qui, a Genova. E’ il 1937 e Giovanni rilascia sotto pseudonimo un’intervista a un giornale locale, criticando una gestione del personale che tiene i commissari come lui chiusi in ufficio, invece che in strada a lavorare. La cosa non piace per niente al Governo fascista, che lo fa individuare e prima medita di cacciarlo, poi sceglie di trasferirlo all’altro capo del paese, a Fiume, in Istria. Lo mandano all’Ufficio Immigrazione, un compito di poco conto, perfetto per uno che non dovrebbe fare danni. Ma, quando vengono approvate le leggi razziali, il compito dell’ufficio di Palatucci diventa imrpvovvisamente centrale. Giovanni dovrà anche, trattare le pratiche delle persone di “razza ebraica”, segnalarle, contribuire alla loro deportazione. Palatucci, insieme a un gruppo di colleghi, inizia così ad alterare le carte, ad avvisare in anticipo le persone dei rastrellamenti, ad aprire canali per fare fuggire all’estero o transitare indenni quante più persone può anche con l’appoggio di contatti nell’esercito e sui posti di confine. Diverse persone vengono “deportate” al campo di concentramento di Campagna, a Salerno, gestito dallo zio monsignore di Giovanni. E’ una deportazione di facciata, perché qui gli ebrei vengono detenuti senza alcuna vessazione o violenza, in attesa che passi il momento terribile che devono attraversare. Il tutto succede in assoluto segreto, senza lasciare tracce scritte. Molte di queste attività sono notturne, fuori dagli orari di lavoro, per non... read more

PETER NORMAN IS STILL RUNNIN’

A few weeks  ago the Australian Olympic Committee sent Griot magazine a communication in which they criticised my article about Peter Norman, defining it as incorrect, wrong and unethical, as well as based on wrong sources. They also asked for retraction and apology. Griot staff and I decided not to retract the article. Moreover, I am not going to apologize for anything, as my work was based on reliable sources. Instead, I am giving AOC the possibility and the space to express their criticism by publishing the document they sent us, along with some pictures, on my web site. You can find here below my reply where I explain the reason why I confirm my convictions in order to let readers come to a judgement about the whole matter. Australian Olimpic Committee text. “When the incident happened at the 1968 Mexico Games, Peter Norman was not punished by the Australian Olympic Committee. He was cautioned by the Chef de Mission of our Team , Mr Julius Patching, that evening, and then given tickets to go and watch a hockey match. THAT WAS HIS PUNISHMENT! It amounted to a slap on the wrist. The incident is best described by world renowned Olympic historian, Harry Gordon in his book “From Athens With Pride” . Mr Gordon was in Mexico City in 1968 he witnessed the race and what happened afterwards, his account is indisputable.   It was then claimed Peter Norman was not picked for the next Olympics in 1972 because of the incident in 1968. This too is incorrect. An article written at the time by Ron Carter, athletics writer... read more

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