Blog 


Le corde di un ring, le sbarre di una cella.

In questi giorni si è parlato molto di boxe e di Muhammad Ali, il più grande. Ma c’è un pugile che ha combattuto 337 riprese in incontri per un titolo mondiale, 69 in più di Ali. Un atleta vincitore dei guanti d’oro come dilettante, campione mondiale dei pesi medi e dei pesi welter, pugile dell’anno del 1964, 115 incontri disputati di cui 85 vinti, inserito nella “Hall of fame” dei migliori boxeur di sempre. Quel pugile si chiama Emile Griffith ed è protagonista di uno degli episodi più cruenti, tragici e discussi della storia del pugilato.   (Photo credit: Larry Morris)   Originario delle Isole Vergini, Emile è cresciuto facendo il portatore d’acqua fino a quando la sua famiglia non è scappata a New York. Ma la sua carriera di boxeur non nasce sulla strada, anzi: Emile è un ragazzo gentile e sensibile. Trova lavoro in una fabbrica per la produzione di cappelli da donna e, anche, ama disegnarne i modelli. Un giorno, in estate, Emile chiede di togliersi la maglietta per il caldo. Quando il suo principale, ex pugile, vede quel torace enorme su un corpo scattante, pensa che Emile sia fatto per il ring. Lo manda ad allenarsi e, due mesi dopo, il ragazzo è già il miglior dilettante americano per il suo peso: la velocità dei suoi pugni e la capacità di contrattaccare e trovare un varco nella guardia altrui sono le armi principali di Emile. Nel 1960 diventa per la prima volta campione del mondo, mandando KO alla tredicesima ripresa l’atleta cui legherà indissolubilmente e tragicamente il suo destino: Bernardo “Benny” Paret, detto “The kid”.... read more

Un conto alla rovescia lungo 30 anni.

Confessate, perché tanto lo so.  Anche voi, che fate finta di nulla. Pure voi avevate la cassetta con “Il primo disco degli Europe”.  O, anche, “L’unico disco degli Europe”. Sappiate che sono passati trent’anni.  Cazzo, direte voi.  E già, ragazzi, siamo proprio vecchi, se abbiamo amato il primo disco degli Europe. Che poi non era mica il primo, ma il terzo. Quando scrivono “The final countdown” gli Europe sono una band già piuttosto famosa, dalle loro parti. Sono nati nel 1979, con il nome di Force, a Upplands Vasby, sobbordo di Stoccolma, fondati da un gruppo di ragazzi che si conoscevano già dai tempi della scuola.  Il leader ve lo ricordate tutti e, soprattutto, tutte: Joey Tempest.  Bellissimo, biondissimo, ricciolonissimo. In realtà non nasce con un nome così figo: si chiama Joakim Larsson, che in Svezia è tipo Mario Rossi e ha i capelli lisci. Il piccolo Joey ha una vita movimentata: suona, gioca a calcio, a hockey su ghiaccio, corre e vince trofei in go kart . A dodici anni va in America e gli rimane impresso il fatto che nessuno riesce a pronunciare il suo nome svedese, storpiandolo in Joe.  Per questo, quando a diciassette anni entra nella band Force del suo amico chitarrista John Norum, Joakim abbrevia il nome in Joey e poi ci attacca Tempest ispirandosi a “The tempest” di Shakespeare, che ha visto in libreria. Joey è un ragazzo carino che tende al sovrappeso, parla l’inglese perfettamente, suona tutti gli strumenti, in particolare chitarra, basso e tastiere, canta alla grande e si scrive praticamente tutte le canzoni da solo. I Force suonano un hard rock... read more

La più famosa delle sconfitte

      Questa è la foto di un uomo che taglia il traguardo per primo. Ma perde. Ma anche vince. È un giorno di afa incredibile, il 24 Luglio 1908, a Londra. La maratona olimpica ha 56 partecipanti e, per la prima volta, misura 42,195 chilometri ovvero la lunghezza che, da questo momento in avanti, sarà codificata per la disciplina. L’allungamento di quasi 300 metri rispetto al precedente standard è stabilito per far partire la gara di Londra davanti al castello di Windsor. Questo perché dalle finestre i figli della regina Alessandra, nonna dell’attuale regina Elisabetta, la potessero vedere iniziare. Anche l’arrivo è spostato avanti, per far terminare la gara davanti al palco reale. Sarà anche quest’allungamento a diventare decisivo per la sorte della gara e della vita di Dorando Pietri, fondista italiano, un metro e cinquantanove centimetri e ventitré anni che, visti adesso nelle foto, sembrano tanti di più. Dorando è arrivato allo sport in modo incredibile: un giorno del 1904, a Correggio, si è messo a correre dietro al famoso atleta Pericle Pagliani impegnato in una gara ed è riuscito a restargli dietro sino al traguardo, nonostante portasse gli abiti con cui lavorava in un forno. Pietri, in pochi anni, è diventato il miglior mezzofondista italiano, detentore del record nazionale sui 5.000 e capace di disimpegnarsi bene anche sulla lunghissima distanza, i 42 chilometri. Ma siamo nel 1908, non esistono programmi di allenamento speciali, le scarpe non hanno alcuna ammortizzazione alle scuole sottoponendo i corpi degli atleti a un’usura enorme. Ci sono pochi studi sulle reazioni del corpo e sui motivi per cui, all’esaurimento del glicogeno... read more

Quali sono i post più insopportabili su Facebook?

  Alcuni giorni fa ho fatto un gioco sulla mia pagina Facebook pubblica.  (https://www.facebook.com/Riccardo-Gazzaniga-262419330510005/) Ho iniziato a elencare i comportamenti degli utenti di Facebook che ritenevo più fastidiosi e inquietanti: dai post complottistici alle citazioni di Putin, dai “fate girare” alle foto di poppe e culi. Chi segue la mia pagina ha voluto contribuire e sfogarsi, aggiungendo tutto quanto non sopportava: i post di buongiorno e buonasera, i post piagnoni, quelli sui Marò, le foto di violenze, le frasi  piene di vocaliiiiiiii. Alla fine ho deciso di mettere il tutto ai voti dei lettori e compilare una classifica dei comportamenti social più fastidiosi: quelli che spingono le persone a scappare da certe pagine seduta stante, a rimuovere dagli amici il vicino di casa, a pensare che quel ragazzo carino appena conosciuto forse è rimasto single per un motivo preciso. Allora vediamoli, rigorosamente a salire verso la vetta tipo Festival di Sanremo. E grazie a tutti quanti hanno giocato con me: la mia pagina ha alcuni seguaci magnifici, altro che.     15° Frasi latine a nastro (e spesso ad minchiam);    14° Citazioni come se non ci fosse un domani; Polemiche calcistiche entusiasmanti sul perché il terzino destro della Casertana è stato ammonito; Post che elencano la genialità miracolosa dei figli;   I test (“che calciatore di serie C sei? In quale disgrazia di Candy Candy ti riconosci?); Post sui Marò; Foto di tette, chiappe e culi;  Tempi di corsa calcolati con Runstatic o simili diavolerie; Post su “quanto sono forti, uniche, meravigliose le donne (e/o mamme).     13° Esibizioni di addomi ruggenti, bicipiti lucidi;  Sperpero di vocali in... read more

Giovanni Palatucci, il Commissario che morì a Dachau.

Fra le vittime italiane dei campi di concentramento c’è anche questo ragazzo di 36 anni. Si chiamava Giovanni Palatucci e aveva studiato per diventare avvocato. Ma la vita è strana e Giovanni si arruola come Commissario in Polizia. Finisce in servizio proprio qui, a Genova. E’ il 1937 e Giovanni rilascia sotto pseudonimo un’intervista a un giornale locale, criticando una gestione del personale che tiene i commissari come lui chiusi in ufficio, invece che in strada a lavorare. La cosa non piace per niente al Governo fascista, che lo fa individuare e prima medita di cacciarlo, poi sceglie di trasferirlo all’altro capo del paese, a Fiume, in Istria. Lo mandano all’Ufficio Immigrazione, un compito di poco conto, perfetto per uno che non dovrebbe fare danni. Ma, quando vengono approvate le leggi razziali, il compito dell’ufficio di Palatucci diventa imrpvovvisamente centrale. Giovanni dovrà anche, trattare le pratiche delle persone di “razza ebraica”, segnalarle, contribuire alla loro deportazione. Palatucci, insieme a un gruppo di colleghi, inizia così ad alterare le carte, ad avvisare in anticipo le persone dei rastrellamenti, ad aprire canali per fare fuggire all’estero o transitare indenni quante più persone può anche con l’appoggio di contatti nell’esercito e sui posti di confine. Diverse persone vengono “deportate” al campo di concentramento di Campagna, a Salerno, gestito dallo zio monsignore di Giovanni. E’ una deportazione di facciata, perché qui gli ebrei vengono detenuti senza alcuna vessazione o violenza, in attesa che passi il momento terribile che devono attraversare. Il tutto succede in assoluto segreto, senza lasciare tracce scritte. Molte di queste attività sono notturne, fuori dagli orari di lavoro, per non... read more

PETER NORMAN IS STILL RUNNIN’

A few weeks  ago the Australian Olympic Committee sent Griot magazine a communication in which they criticised my article about Peter Norman, defining it as incorrect, wrong and unethical, as well as based on wrong sources. They also asked for retraction and apology. Griot staff and I decided not to retract the article. Moreover, I am not going to apologize for anything, as my work was based on reliable sources. Instead, I am giving AOC the possibility and the space to express their criticism by publishing the document they sent us, along with some pictures, on my web site. You can find here below my reply where I explain the reason why I confirm my convictions in order to let readers come to a judgement about the whole matter. Australian Olimpic Committee text. “When the incident happened at the 1968 Mexico Games, Peter Norman was not punished by the Australian Olympic Committee. He was cautioned by the Chef de Mission of our Team , Mr Julius Patching, that evening, and then given tickets to go and watch a hockey match. THAT WAS HIS PUNISHMENT! It amounted to a slap on the wrist. The incident is best described by world renowned Olympic historian, Harry Gordon in his book “From Athens With Pride” . Mr Gordon was in Mexico City in 1968 he witnessed the race and what happened afterwards, his account is indisputable.   It was then claimed Peter Norman was not picked for the next Olympics in 1972 because of the incident in 1968. This too is incorrect. An article written at the time by Ron Carter, athletics writer... read more

Peter Norman corre ancora

Alcuni giorni fa il Comitato Olimpico Australiano ha scritto a Griot Magazine contestando il mio ormai celebre articolo su Peter Norman che trovate qui: http://riccardogazzaniga.com/luomo-bianco-in-quella-foto/. Il Comitato ha definito l’articolo scorretto, sbagliato e non etico, asserendo che mi sarei affidato a “fonti errate”. Per questo ha chiesto di ritrattare le dichiarazioni e scusarci.  Io e lo staff di Griot abbiamo deciso di non rimuovere il pezzo. Inoltre io non mi scuserò di nulla, poiché ho lavorato su fonti serie. Quello che farò, invece, è offrire sul mio sito (in italiano, presto anche in inglese) il pieno diritto al Comitato Olimpico di esprimere le sue critiche, pubblicando il testo da loro fornito con tanto di foto allegate. Sotto troverete la mia replica e il motivo per cui resto saldo nella mia posizione. In questo modo ogni lettore trarrà da sé le proprie conclusioni. Dichiarazione dell’Australian Olimpic Commitee “Quando accadde l’incidente ai Giochi del Messico, Peter Norman non fu punito dal Comitato Olimpico Australiano. Fu redarguito dal Capo Delegazione del team, Mr Julius Patching, quella sera. Quindi gli furono dati i biglietti per andarsi a vedere un incontro di hockey. Questa fu la sua punizione! Corrisponde a un buffetto. L’incidente è meglio descritto dallo storico delle Olimpiadi Harry Gordon, famoso in tutto il mondo, nel suo libro “From Athens With Pride” . Mr Gordon era a Mexico City nel 1968 ha assistito alla gare e a cosa avvenne dopo e il suo resoconto è indiscutibile. E’ stato dichiarato che Peter Norman non fu scelto per le seguenti Olimpiadi del 1972 a causa dell’incidente del 1968. Anche questo non è corretto! Un articolo scritto all’epoca da... read more

The writer in that post.

I have one rule, when I publish a piece in some magazine: let it go, don’t answer to the comments: everyone can have his own idea about what I wrote. But my article about Peter Norman http://griotmag.com/en/white-man-in-that-photo/ had an enormous, incredible number of sharings worldwide: 300.000 on Facebook, over 5.000 tweet about it; so I think it’s right for me to leave just one single, public comment to clearly explain some things for which some readers criticized me. Some of them said I’m tryn’ to “whitewash” the story. No, they’re wrong, this wasn’t absolutely my intention. When I say that FOR ME Peter Norman is the hero of this story, I’m not looking at the color of his skin: he could be white, black, yellow or a man from the moon, it’s not the real matter. I’m not a historical resarcher, I’m not an activist, I’m not a journalist. I’m just a writer (or this is what I’m tryin’ to be) and I decided to tell this story to my readers. My piece is not about who was “more hero” or about which country was good or bad or better. My piece, all of this story, it’s about men and choices. Norman found himself in this historical moment and in just few seconds he made a choice and he had the strongness to repeat the same choice all through the years, even if he was silently sufferin’ alone and he could retreat to save himself. If you listen to Carlos and Smith public speeches I think you can clearly understand that the real struggle started after that race and... read more

L’uomo bianco in quella foto.

  Le fotografie, a volte, ingannano. Prendete questa immagine, per esempio. Racconta il gesto di ribellione di Tommie Smith e John Carlos il giorno della premiazione dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico e mi ha ingannato un sacco di volte. L’ho sempre guardata concentrandomi sui due uomini neri scalzi, con il capo chino e il pugno guantato di nero verso il cielo, mentre suona l’inno americano. Un gesto simbolico fortissimo, per rivendicare la tutela dei diritti delle popolazioni afroamericane in un anno di tragedie come la morte di Martin Luther King e Bob Kennedy. È la foto del gesto storico di due uomini di colore. Per questo non ho mai osservato troppo quell’uomo, bianco come me, immobile sul secondo gradino. L’ho considerato una presenza casuale, una comparsa, una specie di intruso. Anzi, ho perfino creduto che quel tizio – doveva essere un inglese smorfioso – rappresentasse, nella sua glaciale immobilità, la volontà di resistenza al cambiamento che Smith e Carlos invocavano con il loro grido silenzioso. Invece sono stato ingannato. Grazie a un vecchio articolo di Gianni Mura, oggi ho scoperto la verità: l’uomo bianco nella foto è, forse, l’eroe più grande emerso da quella notte del 1968.   Si chiamava Peter Norman, era australiano e arrivò alla finale dei 200 metri dopo aver corso un fantastico 20.22 in semifinale. Solo i due americani Tommie “The Jet” Smith e John Carlos avevano fatto meglio: 20.14 il primo e 20.12 il secondo. La vittoria si sarebbe decisa tra loro due, Norman era uno sconosciuto cui giravano bene le cose. John Carlos, anni dopo, disse di essersi chiesto da dove fosse uscito quel... read more

Un pacco sospetto nel giardino di Stephen King

Quasi tutti hanno sentito parlare del Maine. Magari per le famosissime aragoste, di cui ha scritto anche David Foster Wallace. Sono l’orgoglio dello Stato, si pescano a tonnellate e puoi averne due fresche e bollite nel piatto per soli venti dollari, da mandare giù con una birra (che, però, di dollari te ne costa otto). Le aragoste, nel Maine, sono ovunque. Ho visto un congegno elettronico che si illuminava per dirti che il tuo ordine era pronto, a forma di aragosta. E persino una vignetta, dedicata alla dipartita dell’aragosta.                  Il Maine è famoso anche per i telefilm di Jessica Fletcher, la “Signora in Giallo” ovvero quella scrittrice portasfiga che seminava la morte in qualsiasi posto si recasse: in casa di amici, nelle città vicine, nelle trasmissioni televisive, persino in crociera.        Mia moglie soffre di un’insana passione per questo telefilm e, purtroppo, non è la sola. Molte persone ci dicevano: “Ah, che bello! Nel Maine c’è Cabot Cove, il paesino di Jessica! È ispirato a Cape Cod”. Anche noi lo credevamo, salvo scoprire che Cape Cod non è affatto un paesino, ma una penisola enorme del Massaschuttes. E che gli episodi della “Signora in giallo” sono girati a Mendocino, in California. Che figura. Nel Maine si trova il paesino di Gloucester, dove Clooney in versione bel pescatore barbuto affrontava le onde abnormi della “Tempesta perfetta”.           Gloucester è molto carina. Il Maine tutto è carino, anzi, proprio bello. Ma cosa può portare una coppia in viaggio di nozze nel Maine a spingersi nella sua parte più remota,... read more

Video 















Social


Twitter

Facebook