the white man

Le fotografie, a volte, ingannano.
Prendete questa immagine famosissima, per esempio: racconta il gesto di ribellione di Tommie Smith e John Carlos il giorno della premiazione dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico e mi ha ingannato un sacco di volte.
L’ho sempre guardata concentrandomi sui due uomini neri scalzi, con il capo chino e il pugno guantato di nero verso il cielo, mentre suona l’inno americano. Un gesto simbolico fortissimo, per rivendicare la tutela dei diritti delle popolazioni afroamericane in un anno di tragedie come la morte di Martin Luther King e Bob Kennedy.
È la foto del gesto storico di due uomini di colore.
Per questo non ho mai osservato troppo quell’uomo, bianco come me, immobile sul secondo gradino.

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L’ho considerato una presenza casuale, una comparsa, una specie di intruso.
Anzi, ho perfino creduto che quel tizio – doveva essere un inglese – rappresentasse, nella sua glaciale immobilità, la volontà di resistenza al cambiamento che Smith e Carlos invocavano con il loro grido silenzioso.
Invece sono stato ingannato.
Grazie a un vecchio articolo di Gianni Mura, oggi ho scoperto la verità: l’uomo bianco nella foto è il terzo, grande eroe, emerso da quella notte del 1968.
Si chiamava Peter Norman, era australiano e arrivò alla finale dei 200 metri dopo aver corso un fantastico 20.22 in semifinale. Solo i due americani Tommie “The Jet” Smith e John Carlos avevano fatto meglio: 20.14 il primo e 20.12 il secondo.
La vittoria si sarebbe decisa tra i due neri, il bianco Norman era uno sconosciuto cui giravano bene le cose. John Carlos, anni dopo, disse di essersi chiesto da dove fosse uscito quel tizio così piccolo, rispetto a lui e Tommie. Un uomo di un metro settantotto che correva veloce come loro, che superavano entrambi il metro e novanta.
Ma, in finale, l’outsider Peter Norman fece la gara della vita, partendo piano ma producendosi in un favoloso recupero e migliorandosi ancora. Chiuse in 20.06, sua prestazione migliore di sempre e record australiano ancora oggi imbattuto, a 47 anni di distanza.
Ma quel record non bastò, perché Tommie Smith era davvero “The jet” e rispose con il record del mondo. Abbatté il muro dei venti secondi, primo uomo della storia, chiudendo in 19.83 e prendendosi l’oro.
John Carlos arrivò terzo di un soffio, dietro la sorpresa Norman, unico bianco in mezzo ai fuoriclasse di colore.
Fu una gara bellissima, insomma.

Eppure la gara non sarà mai ricordata quanto la sua premiazione, perché sul podio di quei 200 metri sarebbe accaduto qualcosa di inaudito.
Smith e Carlos avevano deciso di portare davanti al mondo intero la loro battaglia per i diritti umani e la voce girava tra gli atleti.
Norman era un bianco e veniva dall’Australia, un paese dove c’erano tensioni e proteste di piazza a seguito delle pesanti restrizioni all’immigrazione non bianca e dell’apartheid che,  per anni, aveva segregato gli aborigeni. Gli australiani, tra i primi del ‘900 e fino agli anni Sessanta avevano persino imposto adozioni forzate di figli di nativi a vantaggio di famiglie di bianchi per “anglicizzare” gli aborigeni, sradicando dalla famiglie migliaia di bimbi. Una tragedia passata alla storia con il nome di “generazioni rubate”.
I due americani non sapevano come la pensasse Peter.
“Tu credi nei diritti umani, Norman?” gli chiesero.
“Sì”, disse lui.
Gli chiesero se credeva in Dio e lui, che aveva un passato nell’Esercito della Salvezza, rispose ancora sì.
“Sapevamo che andavamo a fare qualcosa ben al di là di qualsiasi competizione sportiva ma lui disse: “sarò con voi” – ricorda John Carlos – Mi aspettavo di vedere paura negli occhi di Norman, invece ci vidi amore”.
Smith e Carlos avevano deciso di salire sul podio portando al petto uno stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza.

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Avrebbero ritirato le medaglie scalzi, per rappresentare la povertà degli uomini di colore. E avrebbero indossato i famosi guanti di pelle nera, simbolo del Potere Nero.
Ma, prima di andare sul podio, si resero conto di avere un solo paio di guanti neri.
“Come facciamo?”.
“Prendetene uno a testa” suggerì il corridore bianco e loro accettarono il consiglio.
Ma poi Norman fece qualcos’altro.
“Io credo in quello in cui credete voi. Avete una di quelle anche per me?“ chiese, indicando la spilla del Progetto per i Diritti Umani sul petto degli altri due. “Così posso mostrare la mia solidarietà alla vostra causa”.
Smith pensò: “Ma che vuole questo bianco australiano? Ha vinto la sua medaglia d’argento, che se la prenda e basta!”.
Così gli rispose di no, non si sarebbe privato della sua spilla.
Ma, con loro, c’era Paul Hoffman, un canottiere americano bianco, attivista del Progetto Olimpico per i Diritti Umani.
Paul aveva ascoltato e pensò che “se un australiano bianco voleva uno di quegli stemmi, per Dio, doveva averlo!”. Hoffman non esitò: “Gli diedi l’unico che avevo: il mio”.
I tre uscirono sul campo e salirono sul podio. Il resto è passato alla storia, con la potenza di quella foto.
“Non ho visto cosa succedeva dietro di me – raccontò Norman – Ma ho capito che stava andando come Tommie e John avevano programmato quando una voce nella folla iniziò a cantare l’inno Americano, ma poi smise. Lo stadio divenne silenzioso”.

Il presidente del Comitato Olimpico Avery Brundage andò su tutte le furie per quella protesta politica che non c’entrava nulla con lo sport. La delegazione americana, anche: Smith e Carlos furono sospesi dal team statunitense e cacciati dal villaggio olimpico, mentre il canottiere Hoffman veniva accusato pure lui di cospirazione.
Tornati a casa i due velocisti ebbero pesantissime ripercussioni e minacce di morte. Furono ridotti in povertà, costretti a smettere di correre e a fare lavori per pochi soldi,  si videro spesso rinnegati dalle loro famiglie che avrebbero preferito tacessero e non si esponessero.
Ma il tempo, alla fine, ha dato loro ragione.
I diritti dei corridori e degli studenti neri hanno trovato sempre più spazio e più voci alzate a difenderli e Smith e Carlos sono diventati simboli e paladini della lotta per i diritti umani. Sono stati riabilitati, collaborando con il team americano di atletica, sono entrati nei lbiri di storia e per loro è stata eretta una statua all’Università di San José.

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In questa statua non c’è Peter Norman.
Quel posto vuoto sembra l’epitaffio di un eroe di cui nessuno si è mai accorto. Un atleta dimenticato, anzi, cancellato, prima di tutto dal suo paese, l’Australia.
Quattro anni dopo Messico 1968, in occasione delle Olimpiadi di Monaco, Norman non fu convocato nella squadra di velocisti australiani,  pur avendo corso per ben 13 volte sotto il tempo di qualificazione dei 200 metri e per 5 sotto quello dei 100.
Per questa delusione lasciò l’atletica agonistica, continuando a correre solo a livello amatoriale.
In patria, nell’Australia bianca che voleva resistere al cambiamento, fu trattato come un reietto, la famiglia screditata, il lavoro quasi impossibile da trovare. Fece l’insegnante di ginnastica, ma – non avendo ultimato gli studi – non si trovò un modo di dargli un posto fisso. Lavorò saltuariamente in una macelleria, recitò in piccoli spettacoli teatrali, cercò di cavarsela come poteva.
Un infortunio in una staffetta corsa con alcuni amici gli causò una grave cancrena con il rischio di perdere una gamba.
Peter divenne dipendente dagli antidolorifici, avvitandosi in una spirale di depressione e alcolismo.
Come disse John Carlos: “Se a noi due ci presero a calci nel culo a turno, Peter affrontò un paese intero e soffrì da solo”.
Per diversi anni Norman ebbe una sola possibilità di salvarsi: condannare il gesto dei suoi colleghi Tommie Smith e John Carlos, smetterla di essere così testardo e sostenere che l’Australia lo avesse penalizzato. Stare dentro il sistema, insomma.
Ma lui non mollò e non condannò mai la scelta dei due americani.
Era il più grande sprinter australiano mai vissuto e detentore del record sui 200 metri, eppure fu coinvolto alle Olimpiadi australiane di Sidney 2000 solo in modo molto marginale: presenziò ad alcuni piccoli eventi preparatorio e portò per una frazione la fiaccola dei Giochi, quasi zoppicando.
Ma non fu invitato a collaborare con il team australiano e nemmeno gli venne offerto un biglietto per assistere alle gare, costretto a cercare di comprarselo.
Ma il comitato olimpico americano, una volta scoperta la notizia, s’indignò. Possibile che una leggenda come Norman fosse trattata in quel modo? Gli americani chiesero a Peter di aggregarsi al loro gruppo e lo invitarono alla festa di compleanno del campione Michael Johnson per cui Peter Norman era un modello e un eroe.
Norman morì improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2006, senza che il suo paese lo avesse mai riabilitato.
Al funerale Tommie Smith e John Carlos,  amici di Norman da quel lontano 1968, ne portarono la bara sulle spalle, salutandolo come un eroe.

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“Peter è stato un soldato solitario. Ha scelto consapevolmente di fare da agnello sacrificale nel nome dei diritti umani. Non c’è nessuno più di lui che l’Australia dovrebbe onorare, riconoscere e apprezzare” disse John Carlos.
“Ha pagato il prezzo della sua scelta – spiegò Tommie Smith – Non è stato semplicemente un gesto per aiutare noi due, è stata una SUA battaglia. È stato un uomo bianco, un uomo bianco australiano tra due uomini di colore, in piedi nel momento della vittoria, tutti nel nome della stessa cosa”.
Solo nel 2012 il Parlamento Australiano ha approvato una tardiva dichiarazione per scusarsi con Peter Norman e riabilitarlo alla storia con queste parole:

“Questo Parlamento riconosce lo straordinario risultato atletico di Peter Norman che vinse la medaglia d’argento nei 200 metri a Città del Messico, in un tempo di 20.06, ancora oggi record australiano.
Riconosce il coraggio di Peter Norman nell’indossare il simbolo  del Progetto OIimpico per i Diritti umani sul podio, in solidarietà con Tommie Smith e John Carlos, che fecero il saluto del “potere nero”.
Si scusa tardivamente con Peter Norman per l’errore commesso non mandandolo alle Olimpiadi del 1972 di Monaco, nonostante si fosse ripetutamente qualificato e riconosce il potentissimo ruolo che Peter Norman giocò nel perseguire l’uguaglianza razziale”.

Ma, forse, le parole che ricordano meglio di tutti Peter Norman sono quelle semplici eppure definitive con cui lui stesso spiegò le ragioni del suo gesto, in occasione del film documentario “Salute”, girato dal nipote Matt.
“Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco. Era un’ingiustizia sociale per la qualche nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo.
È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance. Invece è il contrario.
Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”.

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Questa storia, condivisa da milioni di persone nel mondo e tradotta in 10 lingue diverse, ha ispirato il mio ultimo libro “Abbiamo toccato le stelle”, che raccoglie 20 storie di campionesse e campioni capaci di andare oltre lo sport per segnare la vita di tutti gli uomini con le loro lotte, il loro coraggio, la loro passione, la loro dedizione.
Vicende come quella di Kathrine Switzer, prima atleta a far cadere il tabù per cui le donne non potevano correre una maratona o quella del pugile Emile Griffith, campione del mondo costretto a nascondere a lungo la sua omosessualità, s
torie uniche come quella della principessa del ghiaccio nera Surya Bonaly o dell’amicizia fra l’americano Jesse Owens e il tedesco Lutz Long che fece infuriare i nazisti sono un modo per parlare, attraverso lo sport, di discriminazioni razziali, sessuali e di genere, di disabilità e migrazioni. Dell’amore, della morte, della vita.
Ogni storia, compresa questa di Peter Norman, è accompagnata da un’illustrazione dell’artista Piero Macola.

 

 

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