In questi giorni si è parlato molto di boxe e di Muhammad Ali, il più grande.

Ma c’è un pugile che ha combattuto 337 riprese in incontri per un titolo mondiale, 69 in più di Ali. Un atleta vincitore dei guanti d’oro come dilettante, campione mondiale dei pesi medi e dei pesi welter, pugile dell’anno del 1964, 115 incontri disputati di cui 85 vinti, inserito nella “Hall of fame” dei migliori boxeur di sempre.
Quel pugile si chiama Emile Griffith ed è protagonista di uno degli episodi più cruenti, tragici e discussi della storia del pugilato.

 
(Photo credit: Larry Morris)

 

Originario delle Isole Vergini, Emile è cresciuto facendo il portatore d’acqua fino a quando la sua famiglia non è scappata a New York. Ma la sua carriera di boxeur non nasce sulla strada, anzi: Emile è un ragazzo gentile e sensibile. Trova lavoro in una fabbrica per la produzione di cappelli da donna e, anche, ama disegnarne i modelli.
Un giorno, in estate, Emile chiede di togliersi la maglietta per il caldo. Quando il suo principale, ex pugile, vede quel torace enorme su un corpo scattante, pensa che Emile sia fatto per il ring.
Lo manda ad allenarsi e, due mesi dopo, il ragazzo è già il miglior dilettante americano per il suo peso: la velocità dei suoi pugni e la capacità di contrattaccare e trovare un varco nella guardia altrui sono le armi principali di Emile.
Nel 1960 diventa per la prima volta campione del mondo, mandando KO alla tredicesima ripresa l’atleta cui legherà indissolubilmente e tragicamente il suo destino: Bernardo “Benny” Paret, detto “The kid”.

           

Anche Benny è di colore, viene da Cuba. Ama la danza, il mambo, la rumba: ballando ha conosciuto la moglie da cui ha giù un figlio e ne aspetta un altro. È più quadrato e coriaceo di Emile. Ex tagliatore di canna da zucchero, è un grande incassatore e cerca di far fruttare meglio che può la nuova vita di boxeur che gli ha offerto una via di fuga dalla miseria. Benny combatte tanto, secondo alcuni troppo per il suo fisico.
Paret ottiene la rivincita e batte Emile ai punti, nonostante il verdetto sollevi dei dubbi perché, secondo alcuni, sarebbe stato Griffith a meritare la vittoria.

E così arriviamo alla bella, il terzo e ultimo combattimento del 24 aprile 1962 per la corona dei pesi welter, a New York, davanti a 7.000 persone entusiaste. Per la prima volta in diretta televisiva.
Emile si è preparato in modo esemplare, dopo l’ultima sconfitta. Ha lavorato duro, è tiratissimo, nel viso e nel fisico: al peso la bilancia dice 66 chili. 

Benny Paret inizia a provocarlo e ride, indicando ai giornalisti quel peso: dove vuole andare Griffith, così leggero?

In realtà, prima di quel giorno, i due si erano anche fatti fotografare insieme senza che vi fossero problemi.

Ma stavolta Benny cerca di far innervosire Emile, perché non si sente al meglio. Anzi, nemmeno dovrebbe combattere. Ha troppi incontri ravvicinati alle spalle e, solo pochi mesi prima, ha perso un match tremendo con il potentissimo Gene Fullmer, cercando di unire due corone mondiali. Ha perso male, in un modo per cui avrebbe dovuto essere fermato per qualche tempo e non battersi con Emile.

Però ci sono tanti soldi in palio e il manager di Benny gliela farebbe pagare: hanno in progetto di difendere alcune volte il titolo e poi comprare una macelleria per Benny. Non può fare saltare la sfida e, ancora meno, può perderla.
A un certo punto, finite le operazioni di peso, Benny passa dietro Emile e simula un gesto sessuale, mentre urla davanti a tutti i giornalisti: “Frocio, stasera mi fotto te e tuo marito!”.

Emile fa per lanciarsi contro di lui, ma i suoi lo trattengono, per poco non scoppia una rissa.

“Risparmia i pugni per dopo” gridano a Emile.

Dopo la sua pantomima Benny torna a casa, ma è scosso. Anche lui conosce il pregiudizio: ha pianto quando hanno dato del “negro” al suo bambino, durante una visita allo zoo di New York. Si sente male, ha dolore alla testa, chiede a sua moglie di seguirlo a vedere l’incontro, ma lei non vuole. Da tempo Lucy ha incubi su quel combattimento e molte volte ha implorato il suo uomo di farlo saltare. 

Ma è tardi, lo spettacolo deve andare avanti e Benny deve battersi.

Emile Griffith arriva al Madison Square Garden cupo, funereo, rabbioso.

È abituato al razzismo, alle risse, ai problemi con i poliziotti, ha visto un amico colpito a pistolettate per strada, ma quel “frocio” lo ha toccato là dove la guardia è aperta.

Emile Griffith, infatti, ha una sessualità complicata.

“Non lo so, chi sono. Amo uomini e donne allo stesso modo, ma se dovessi scegliere direi che preferisco le donne” dirà tanto tempo dopo. Di donna ne ha anche sposata una, separandosene pochissimo tempo dopo.

Ma, in quegli anni ‘60, il bellissimo Emile non è solo un re sul quadrato dove combatte, ma anche nei locali gay, dove danza quasi ogni notte sino all’alba. Emile adora ballare, ha una voce dolce, sempre troppo alta di tono.

Lo prendono in giro anche nelle palestre, perché Emile gira con le caramelle da regalare ai bambini, disegna cappelli da donna, suona il flauto alla sera.  

“È strano” sussurrano in un paese in cui se la tua “stranezza” è essere gay puoi essere considerato criminale e incarcerato.

Emile Griffith non è solo strano, è anche nero, in un paese in cui i neri vengono uccisi per strada. Ed è un pugile di livello mondiale in uno sport che non sopporta ambiguità, in cui l’uomo è uomo, macho e basta.
L’accusa di omosessualità a Griffith è talmente insopportabile che, la mattina dopo la lite fra Benny ed Emile, il New York Times cambia il testo in cui si racconta l’incidente al peso: dove il giornalista aveva scritto “omosessuale”, il giornale corregge in “Non-uomo”, perché la parola “omosessuale” non si può nemmeno scrivere. Essere gay, per la legge e la medicina, è una deviazione, una malattia.
In questo clima il “Non-man” Emile Griffith sale sul ring come una pentola a pressione tenuta per anni sopra un fornello che Benny “The kid” Paret ha acceso e regolato al massimo.
L’incontro è un combattimento duro e, al sesto round, Benny colpisce Emile e lo manda al tappeto. Lui si rialza e solo la campana lo salva.

Il coach di Emile gli dice che adesso deve colpire più forte che può, fino a che il rivale non gli si attaccherà addosso in un abbraccio o l’arbitro non lo fermerà. Emile lo ascolta e riprende il controllo, domina il decimo e l’undicesimo round.

Benny sembra stanco, sulle gambe, quando arriva il dodicesimo round.

Emile è più fresco, più mobile. Riesce a chiudere Benny all’angolo e Paret vacilla, s’incastra con un braccio nelle corde ed Emile gli si avventa contro.

Con il sinistro lo tiene fermo, con il destro inizia a colpire la testa di Benny ormai senza guardia.
L’angolo di Benny non getta la spugna, l’arbitro Goldstein non vuole interrompere. Forse perché è stato accusato da poco da uno show televisivo di aver interrotto un altro incontro troppo presto, forse perché non crede che Emile abbia un pugno così forte e pensa che Benny stia esagerando l’infortunio, ma Goldstein lascia che in pochi secondi ben 18 destri si abbattano sulla testa di Benny mentre Emile sembra non vedere altro che quel bersaglio da colpire.

Alla fine l’arbitro si lancia su Emile e ferma finalmente l’incontro.

All’angolo, come una bandiera che si ammaina per sempre, Benny scivola piano al tappeto nel più lungo e tragico dei knock out.

“Sono felice di essere campione. Spero che Paret stia bene” dirà Emile, intervistato subito dopo la fine del match.
Ma il pubblico è silenzioso e il primo replay televisivo della storia della boxe fanno subito capire la gravità della situazione.
Paret viene ricoverato in ospedale, in coma, ed Emile chiede più volte di poter entrare nella sua stanza, ma il permesso gli viene negato, anche per timore che il team di Benny lo aggredisca.
Benny Paret muore dopo dieci giorni di agonia, a soli 25 anni. Lucy partorisce pochi mesi dopo il secondo figlio e lascia New York per trasferirsi per sempre a Miami con i due bambini. Non prenderà mai una pensione pugilistica per la morte del marito.

Emile è scosso, ma non smette di combattere, vince ancora, eppure il numero delle vittorie per K.O. si dimezza, dopo la morte di Benny.

Emile aumenta l’uso del jab sinistro, un pugno più debole: una volta ritiratosi racconterà di aver limitato i suoi colpi migliori per timore di uccidere un altro uomo sul ring.

Nonostante questo Griffith rimane un atleta di livello spaventoso, perde e poi rivince ancora il titolo mondiale fino a quando non viene detronizzato da Nino Benvenuti dopo tre incontri tiratissimi. Con l’italiano nascerà un’amicizia destinata a durare per tutta la vita, tanto che Emile sarà padrino del figlio di Nino e lo stesso Benvenuti organizzerà anche una raccolta di fondi per aiutare Emile, quando si ritroverà sul lastrico.

Sì, perché questo pugile che ha affrontato “Hurricane” Carter, Monzon, Benvenuti e Duran, quando smette di combattere perde quasi tutto, dopo aver speso troppi soldi per sostenere i tanti fratelli e i vari nipoti. Continua a vivere, a ballare, a frequentare locali notturni, si fa assumere come guardia carceraria.
Nel 1992, all’uscita di un bar per gay, viene aggredito da 5 giovani teppisti.

Emile ha 54 anni, eppure reagisce e si batte, ma lo pestano a calci e mazzate da baseball.

Gli rompono la milza, la mandibola, le costole. Eppure si alza dal tappeto di cemento, prende la metro e va a casa a chiedere aiuto.  Resta in ospedale per 4 mesi, perde un rene ed è costretto per sempre alla dialisi.

Affetto dalla sindrome da demenza pugilistica indotta dal numero eccessivo di traumi cranici subiti, Emile Griffith vive con una pensione di soli 300 dollari sino alla morte, nel 2013, assistito dal figlio della ex moglie che da tempo ha adottato. Al collo porta ancora i guanti d’oro di quand’era dilettante.

Ma prima che Emile muoia, nel 2005, il figlio di “The kid” Paret, Benny Junior, accetta di parlargli, di incontrare il pugile che ha ucciso suo padre.

“Non volevo fargli del male, non volevo” ripete in lacrime il vecchio Emile.

Il momento davvero toccante di quell’incontro e di quel perdono lo trovate alla fine di questo breve documentario:

Eppure c’è una colpa che al pugile Griffith non sarà mai perdonata e per la quale Emile pagherà sempre.

“Io uccido un uomo e molte persone lo capiscono e mi perdonano. Al contrario, io amo un uomo e per così tanti questo è un crimine imperdonabile. Mi rende una persona cattiva. E così, anche se non sono stato in prigione, sono rimasto in cella per quasi tutta la mia vita”.

(Questo articolo non ha fini di lucro. Le foto inserite sono utilizzate a fini documentativi. Dove è possibile ho indicato l’autore. In caso di richiesta di indicazione di autori mancanti vi prego di contattarmi via mail a rgazzaniga@hotmail.it)

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