Mezzogiorno è passato da poco e io sono davanti al computer a riordinare le foto delle vacanze da cui sono appena tornato.
Sullo schermo lampeggia un messaggio di What’s App, da mio fratello.
Lo guardo distrattamente.
“È crollato il ponte dell’autostrada tra Sampierdarena e Cornigliano” scrive.
La mia mente impiega qualche istante a realizzare, la testa si ferma a “è crollato il ponte” e immagina – chissà come – un piccolo ponte, uno qualcuno dei molti ponticelli sparsi in questa città dove quando piove crolla sempre qualcosa, dove viviamo sempre in qualche grado di allerta.
Poi il cervello realizza la portata della frase compiuta.
“Tra Sampierdarena e Cornigliano”.
Come tra Sampierdarena e Cornigliano?
Come autostrada?
Il Ponte Morandi, quello che vedo da casa, il ponte gigantesco che passa sopra il Polcevera?
Non è possibile.
Mi alzo, come in trance, vado verso la cucina e guardo fuori, nella nebbiolina della pioggia, mi metto le mani in testa.
“Oddio”.

Questo vedo da casa mia. Vedo che il ponte è crollato.
E non c’è solo un buco, non è che si sia aperto un qualche buco, sia caduto un pezzo di basamento di un pilone, un tirante.
No, ne manca metà, manca un pilone intero e un lungo, lunghissimo pezzo di viadotto.
“Le macchine, le macchine che erano sopra…” è il primo pensiero.
“E i palazzi? Ci sono dei palazzi? Delle costruzioni, sotto?”.
Guardo ancora. Il ponte non c’è, il ponte è davvero crollato e tutto mi sembra fermo immobile, nella nebbiolina della pioggia, non si sentono nemmeno le sirene.
“Le macchine, ci dovevano essere sopra delle macchine” continuo a pensare.
Mia moglie. Il pensiero mi arriva di colpo, è andata di lì, in quella direzione.
Realizzo di aver appena letto un suo messaggio, realizzo che aveva un appuntamento qualche centinaio di metri prima di quel ponte, non c’è motivo al mondo perché passasse oltre.
Eppure, quando i telefoni non prendono per minuti mentre tutta la città chiama e non riesco ad avere notizie, io impreco e bestemmio e vorrei spaccare in due ‘sto schifo di cellulare che non va.
Poi riesco a parlarle, sta venendo a casa.
Mio fratello.
No, lui mi ha scritto, quindi sta bene, sta in Veneto con mio nipote e i miei genitori.
Gli amici.
Chiamo quelli che stanno nella valle, quelli che mi vengono in mente e a mio volta vengo chiamato: “Dove sei? Come stai?”, una preoccupazione di tutti per tutti, perché davvero chiunque poteva essere sul viadotto crollato, visto che Ponte Morandi non è un ponte, questo la televisione non riesce mica a spiegarlo, Ponte Morandi è piantato dentro la città, la collega, la attraversa, è un pezzo della nostra anomale austrada – tangenziale. Attacca la Francia e il ponente al levante e poi a tutto il resto d’Italia. Il ponte sorvola l’ultima porzione di Sampierdarena verso nord, passa sopra un sacco di condomini e ha sue basi accanto al torrente Polcevera. Ci siamo passati tutti quanti migliaia di volte, sopra e sotto, dentro in pratica, guardando verso l’alto ogni volta con una sorta di stupore per la sua enormità. Da bambini ci affascinava, lo volevamo percorrere, era il nostro ponte di Brooklyn.
Ora un enorme pezzo non c’è più, è caduto, scomparso, come se un gigante avesse preso un martello per spazzarlo via.
Il primo dei due piloni rimasto in piedi regge un pezzo di viadotto sospeso sopra via Porro, una strada con alcuni condominii altissimi e pieni di appartamenti, tutti sotto al ponte. Per fortuna quel pezzo di viadotto è rimasto su, sospeso sul niente, attaccato solo ai tiranti diagonali.
Mia moglie arriva a casa, anche lei viene alla finestra, anche lei dice “Oddio, oddio”.
Ci abbracciamo, siamo qui, siamo in casa, siamo vivi.
Ma qualcuno era sul ponte, per forza, è una mattina di martedì, anche se siamo quasi Ferragosto, anche se c’è poca gente.
Ma sul ponte qualcuno passa sempre.
Anche lei inizia a chiamare, a cercare di individuare tutti.
Telefono al lavoro, per dire che se serve rientro dalle ferie, anche domani a Ferragosto, anche subito, adesso.
Mi daranno notizie.
Sui social e in televisione già qualcuno parla, formula ipotesi, inveisce contro colpevoli mentre soccorritori, poliziotti e vigili del fuoco sono lì a scavare.
Come vi permettete? Come osate?
Io abito qui da tutta una vita, eppure non conosco la storia del Ponte e delle sue manutenzioni, non so che problemi avesse, non so assolutamente perché sia caduto.
Io non voglio fare nessuna ipotesi, lanciare accuse o emettere condanne come già fanno tutti sui social.
Non l’ho visto cadere, non sono testimone di niente. Non ho nessun contributo a parte questa foto che mostra che non c’è più e il mio dispiacere terribile.
Parlate dei soccorsi e delle vittime, parlate dei poliziotti e vigili del fuoco e volontari che scavano e aiutano come possono, rischiando che crolli qualcosa ancora e li travolga pure loro. Cercate pareri tecnici invece di formulare illazioni, ascoltate autorità, ingegneri, qualcuno che possa dire qualcosa che abbia un senso, ammesso sia possibile e non sia – comunque  meglio tacere.
I genovesi invece non parlano, i genovesi non formulano ipotesi oggi.
Il quartiere è in totale silenzio, immobile, si sentono solo sirene e rumore di elicotteri. Sono troppo sconvolti persino gli abitanti di questa città, che pure hanno visto fiumi esondare e portarsi via persone e torri del porto crollare, ma questo davvero non se lo immaginavano. Questo è uno spettacolo ancora più terrificante, qualcosa che nemmeno in un film.
Continuo a guardare il ponte, a pensare alle macchine che dovevano essere lì.
Arriva un vicino a salutarci e guardare anche lui, esterrefatto. Ci dice che suo figlio, un tecnico, alle 11 e 30 era a Sampierdarena per una riparazione in un condominio. Visto che non gli aprivano, ha pensato che poteva lasciar perdere e andare a fare un altro intervento che gli era stato chiesto altrove, all’Isola Ecologia dell’AMIU. Stava per avviarsi, quando dal condominio gli hanno aperto e così non è andato verso l’Isola Ecologica.
Pochi minuti dopo, sopra l’Isola Ecologica, ci è crollato il Ponte Morandi.
La vita è anche questo, una porta che resta chiusa o si apre e, in base a quello, tu torni a casa a mangiare con tuo padre o rimani sotto il ponte.
La vita è anche quel camion verde della Basko che vedo da qui, da casa mia, fermo a una trentina di metri dal vuoto. Quanto sono trenta metri in un autostrada, quanto tempo? Quante frazioni di secondo dividono la vita del camion verde dalla morte delle auto sotto?
Passiamo il resto del giorno così, ad ascoltare notizie, a guardare fuori dal terrazzo, mentre viene fuori il sole, vediamo elicotteri che vanno e vengono portando via persone, non sappiamo se vive o se morte. Continuiamo a guardare fuori, a cadenza di minuti, senza staccare lo sguardo, ipnotizzati dall’assenza del Ponte, come per convincerci ogni volta che sia davvero tale.
Ascoltiamo il conteggio dei morti che cresce ed è logico che sia così, qualsiasi genovese lo ha capito da subito.
Pensiamo a quella povera gente che potevamo essere tutti noi, ci abbracciamo ancora.
Pensiamo a quello che sarà, quest’assenza, per i prossimi mesi, anzi per i prossimi anni, all’impatto enorme che avrà sulla vita di tutti noi, sulla città, sul nostro modo di vivere, sul lavoro, sull’economia, sulla storia di Genova. La portata di questa tragedia emergerà gigantesca solo nel tempo, di questo 14 Agosto ci ricorderemo per sempre, ricorderemo dove eravamo e cosa facevamo oggi, questo è il nostro 11 Settembre.
E viene sera e viene buio e, adesso, l’assenza del ponte scompare inghiottita dalle ombre, il pezzo mancante non si riesce più a distinguere.
Ma sappiamo che Ponte Morandi non c’è più.
E, lo sentiamo chiaramente, si è portato giù nel vuoto un pezzo di questa città e di tutti noi.

Commenti