Io non sono un giornalista sportivo, in realtà.
Di solito scrivo romanzi, invento fiction, creo trame e personaggi.
Ma, a volte, la vita disegna vicende che sono più incredibili di un romanzo, come quella di Shizo Kanakuri.
Un nome che forse non vi dice nulla,  visto che si tratta di un maratoneta giapponese della prima metà del secolo scorso.
Eppure la sua storia supera qualsiasi fantasia.

Shizo Kanakuri
Shizo, nel 1912, è un grande atleta: a 21 anni realizza il miglior tempo mondiale dell’anno sulla distanza di 40 chilometri: 2 ore 32 minuti e 45 secondi.
Tenete presente che parliamo di anni in cui non esistono diete, scarpe adeguate, programmi precisi per sviluppare la prestazione e nemmeno si conosce il reale impatto sul corpo umano di una prova così massacrante.
Il Giappone non ha mai inviato atleti a un Olimpiade, ma crede molto in Shizo.
L’Università di Tokyo sovvenziona la sua partecipazione alle Olimpiadi di Stoccolma 1912 avviando una raccolta pubblica che mette insieme 2.000 yen dell’epoca, qualcosa come 154.000 euro di oggi. Alla colletta partecipa anche il fondatore del Judo, il mitologico Jigoro Kano.
Il viaggio di Kanakuri per Stoccolma è, già di per sé, avventuroso: 18 giorni, prima in traghetto, poi attraversando tutta la Russia in treno insieme all’unico altro atleta giapponese selezionato per le Olimpiadi, il velocista Yajiko che non raggiungerà nessuna delle finali per cui competerà.
Shizo Kanakuri, invece, ha speranze di un grande risultato per il suo paese e potrebbe puntare a una medaglia, quando si presenta al via della maratona.
Il giorno è  il 14 Luglio 1912.
Siamo a  Stoccolma, eppure la giornata è torrida, si arriva a 32 gradi e gli atleti non possono neppure rifornirsi durante la gara: le condizioni sono talmente estreme che il maratoneta portoghese Francisco Lazaro muore in modo tragicamente grottesco, finendo disidratato dopo essersi ricoperto il corpo di cera per non bruciarsi.
Non si possono nemmeno prendere rifornimenti in gara ed è vietato farsi avvicinare da chiunque, per evitare che si ripeta un caso come quello di Dorando Pietri, altra storia da romanzo, che ho raccontato qui.
Shizo, che non teme il caldo cui si è abituato allenandosi tutti i giorni con ogni temperatura, conduce una gara spregiudicata di attacco. A metà corsa prende la testa della gara insieme al sudafricano McArthur e si candida a giocarsi la medaglia d’oro.
Ma, al trentesimo chilometro, Shizo scompare.
La gara finisce, McArthur vince, accusato di tradimento da un compagno di squadra sudafricano che avrebbe lasciato indietro mentre si dissetava, dopo aver giurato invece di aspettarlo.
Ma di Shizo, nessuna traccia.
Iniziano ricerche della Polizia in tutta la città, però nessuno lo trova più.
Morto anche lui, a seguito di un malore?
Rapito? Assassinato?
Non si trova nemmeno il cadavere, in città.
Shizo Kanakuri è ufficialmente disperso in gara.
Diverse indagini non riescono a risolvere l’enigma, il suo caso rimane irrisolto in Svezia.
Passano 8 anni e una Guerra Mondiale, prima che l’ineffabile Shizo riappaia in una gara di atletica.
Kanakuri corre i Giochi del 1920 e del 1924, senza risultati di eccellenza e senza mai rivelare alcun dettaglio su cosa fosse accaduto nel 1912, quando sparì mentre poteva vincere l’oro olimpico.
In Svezia, però, Shizo è ancora disperso e la sua vicenda rimane leggendaria e popolare. Nel 1966 un giornalista svedese riesce a individuare Shizo Kanakuri nel suo paese natale, Tamana, dove Shizo insegna geografia alle elementari. Kanakuri è padre di sei figli e nonno di dieci nipoti.
Il giornalista chiama a casa del celebre disperso e ottiene un incontro in cui riesce, finalmente, a farsi raccontare la verità.
Al 30 km, nel sobborgo di Sollentuna, Shizo ha visto uno spettatore che gli offriva del succo di frutta dal suo giardino.
Si è fermato e ha bevuto, ma lo spettatore ha fatto di più: gli ha offerto di sedersi in casa, sul divano, a riposare un attimo.
Come un marinaio di fronte al canto della sirena, Shizo ha accettato la proposta e ha commesso il tremendo errore di sedersi.
Poi si è addormentato.
Il padrone di casa ha pensato bene di lasciarlo riposare e Shizo si è svegliato a sera, ore dopo la fine della gara, con la polizia svedese che già lo cercava ovunque per la città.
Per la vergogna e il senso di colpa, Kanakuri è tornato in Giappone in segreto, ignorando di essere diventato una celebrità europea, in tutti quegli anni.
Dopo queste rivelazioni la Svezia contatta Shizo Kanakuri e lo invita, nel 1967, a riprendere la corsa proprio là da dove l’aveva interrotta.
Kanakuri, a 76 anni, ricomincia a correre e percorre gli ultimi chilometri della sua gara.
Si ferma per qualche minuto in quella villetta dove si era fermato tanti anni prima, salutando il figlio dell’uomo che gli aveva offerto il succo di frutta.
Riparte e va fino in fondo, riuscendo persino a chiudere con uno sprint.
Taglia il traguardo di Stoccolma nel tempo incredibile di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi.
Un record che nessuno potrà eguagliare.

Shizo Kanakuri

Questa storia, insieme ad altre 19,  è contenuta nel mio libro “Abbiamo toccato le stelle”, pubblicato da Rizzoli.
Il libro raccoglie 20 vicende di campionesse e campioni capaci di andare oltre lo sport per segnare la vita di tutti gli uomini con le loro lotte, il loro coraggio, la loro passione, la loro dedizione. Non solo storie di maratoneti come Kanakuri o Terry Fox, ma di campioni di tanti sport diversi, dal calciatore Jermain Defoe, diventato amico del suo piccolo tifoso malato Bradley Lowery, al pugile  omosessuale Emile Griffith costretto a lottare tutta la vita contro odio e discriminazioni, al campione di competizioni estreme Mikael Lindnord che ha scelto di portare con la sua squadra un cane randagio per salvargli la vita.
Un libro per ragazzi e adulti, un modo per parlare di vita attraverso lo sport.

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