Se il nazismo costò la vita a 6 milioni di ebrei c’è un massacro del Reich che per lunghissimi anni è stato, anche volutamente, rimosso. Un massacro che ancora oggi, spesso, viene taciuto e di cui nemmeno sappiamo il nome.
Una delle sue vittime è Johann Trollmann, straordinario pugile che, il 9 Giugno 1933 affronta la sfida per il titolo di campione di Germania dei pesi medi contro il possente Adolf Witt.
Johann è un pugile moderno che unisce potenza e rapidità, un antesignano di Muhammad Ali per la velocità e la sfacciattaggine. Il pubblico lo ama, le donne lo trovano bellissimo e gli lanciano rose sul ring come a un divo del cinema, va in copertina sui giornali.

Trollmann domina tutta la sfida con Witt, eppure il verdetto è in bilico sino all’ultimo, non tanto perché Johann non abbia meritato il titolo, ma perché un giudizio assurdo cerca, in prima battuta, di non assegnare a nessuno la corona e dare un verdetto di parità.
Ma la folla ha visto come Johann abbia dominato, per questo è inferocita e urla “RU-ke-li, Ru-ke-li”: il verdetto viene cambiato e la vittoria è giustamente assegnata a Trollmann.
Quando gli consegnano la corona di campione Johann piange di gioia e liberazione sul ring incitato da tutto il pubblico: Trollmann ce l’ha fatta.
E, dunque, perché la sua strada intreccia quella del nazismo?
Semplice: per lo stesso motivo per cui avevano tentato di non dargli vinto il match con Witt.
Perché Johann è di nazionalità tedesca, ha un nome tedesco, ma è di etnia sinti, nato e cresciuto in campo nomadi fuori Hannover.
“Rukeli” è il suo soprannome e nella lingua della sua gente significa alberello, perché come un alberello Johann è magro, ma forte, impossibile da spezzare.
Se la persecuzione contro gli ebrei è più immediata, su rom e sinti la morsa di Hitler si stringe più lenta, ma il Reich avvallerà progressivamente le assurde teorie che, senza alcun fondamento scientifico, imputano agli zingari una tara genetica che li spingerebbe a non avere fissa dimora e commettere crimini.
Per questo Hitler e i suoi uomini non possono accettare che proprio un sinti sia campione tedesco nello sport che è massimo emblema di forza e potenza.
Una settimana dopo la vittoria Johann riceve una lettera dalla Federazione che gli dice che il suo titolo è stato revocato perché le sue lacrime sul ring “non sono degne di un vero pugile”.
La corona di campione torna vacante e dovrà contendersela con il potentissimo pugile ariano Gustav Eder.
Non solo, dovrà combattere da vero tedesco e vero uomo: niente tattiche, niente danze sul ring, niente schivate e uscite che sono il suo stile di combattimento da sempre. Solo boxe pura e brutale, Rukeli dovrà stare al centro e scambiare con tutta la forza che ha con Eder, un pugile più lento ma dal pugno micidiale.
Johann capisce che è finita, senza usare il suo stile non ha chance con Eder e, anche se vincesse, troverebbero altri modi per fermarlo. Allora Trollmann decide di perdere come la superstar che è.
Sale sul ring coperto di farina bianca e coi capelli tinti di biondo, per simulare la caricatura di un perfetto tedesco ariano. E poi, di fronte a un pubblico senza più donne e tifosi, ma composto per lo più da soldati che urlano contro di lui, Johann schernisce il regime nel solo modo possibile: non combatte, perché questo è ciò che vogliono da lui.
Rimane statico e incassa tutti i pugni di Eder senza reagire, un colpo più forte dell’altro, fino a crollare a terra al quinto round.
La sua carriera, di fatto, finisce con questo k.o..
Trollmann combatte ancora una serie di incontri, perdendoli quasi tutti e finisce a fare boxe nelle sagre di paese e nei luna park, gli unici posti in cui uno zingaro come lui può ancora battersi.
Si sposa nel 1935 e ha una bimba, ma lo stesso anno Hitler fa approvare le leggi razziali contro gli ebrei e gli zingari diventano il secondo obiettivo della distruzione.
Vengono prima sottoposti a una campagna di sterilizzazione, quindi il Centro di Ricerche per l’Igiene e per la Razza bolla sinti e rom come “ miscuglio pericoloso di razze deteriorate” e l’antropologa Eva Justin, che da anni li esamina “scientificamente”, dichiara che sono “indegni individui primitivi”.
Trollmann divorzia, facendo in modo che  moglie e figlia possano fuggire in Francia, ma lui viene arrestato e mandato in un campo di lavoro, poi però la Germania lo sfrutta meglio, arruolandolo con la Wermacht. Anche gli zingari vanno bene per morire in guerra.
Rukeli non si spezza nemmeno lì, combatte, sopravvive, torna in Germania da reduce eppure nel 1942 lo arrestano perché lo sterminio sistematico degli zingari ha avuto inizio.
Lo mandano in campo di concentramento, poi un altro, ma la sua fama ancora lo segue.
Più volte le SS lo riconoscono, si ricordano del campione e lo fanno combattere nonostante sia denutrito, sfinito dopo ore di lavoro. Johann continua a vincere, anche in quei ring di morte.
Quando umilia un kapò che si dilettava a tirare di boxe, questi lo ammazza colpendo alle spalle con un badile.

Johann Trollmann è uno dei 500.000 fra sinti e rom sterminati in un eccidio a lungo dimenticato a causa delle frammentarie informazioni disponibili sulle vittime e dell’atavica discriminazione verso queste popolazioni.
Ad Auschwitz e Birkenau molti bambini rom e sinti furono oggetto degli esperimenti sugli occhi del dottor Mengele, interessato all’incidenza di gemelli fra gli zingari nell’ottica di ripopolare un giorno in mondo di ariani.
Le bambine rom e sinti, come quelle ebree, furono oggetto degli studi sulla sterilizzazione di massa mediante liquidi corrosivi.
Eppure se tutti conoscono la parola “Shoah” nessuno conosce quella che definisce lo sterminio degli zingari: il termine romanì per definirlo è “Porrajmos” che significa “Grande Divoramento”. Diverse fra queste vittime erano italiane e, dall’Italia, furono perseguitate e internate per un numero stimato di 35.000.
Ciononostante il “Porrajmos”,  ancora oggi, non è istituzionalmente ricordato dal nostro paese rappresentando una enorme lacuna della storia e della memoria. Per anni sinti e rom non hanno ricevuto risarcimenti dalla Germania per lo sterminio e, solo nel 1994, il Porrajmos è stato riconosciuto nel mondo.
Nel 2003 la Germania ha consegnato alla famiglia di Rukeli Trollmann il titolo postumo di campione tedesco strappatogli nel combattimento-farsa con Eder, restituendo a Rukeli la sua gloria di pugile, di sinti, e – soprattutto – di uomo.
La vita di Johann Rukeli Trollmann è stata raccontata per intero nel bel romanzo biografico Alla fine di ogni cosa” di Mauro Garofalo.
Questa storia che avete letto, invece, è una versione ridotta del pezzo incluso nel mio ultimo libro per ragazzi e adulti “Abbiamo toccato le stelle – Storie di campioni che hanno cambiato il mondo” uscito per Rizzoli a Settembre 2018 da cui è tratto il disegno di Piero Macola che apre il pezzo.
Vicende come quella di Gino Bartali, che si oppose al nazismo o della campionessa Yusra Mardini costretta a fuggire dalla Siria e nuotare per la vita nel mar Egeo.
Storie per parlare di lotta, coraggio, memoria, tramite lo sport.

 

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