“Fare il vuoto”, si dice in italiano.
“Shadow Boxing”, in inglese: significa combattere con le ombre.
È uno degli allenamenti di base di ogni pugile, misurarsi contro l’aria, perfezionare ogni singolo colpo senza avversario davanti, colpire l’aria, imparare a danzare fra luce e ombra, vicino e poi lontano, di fronte e poi sparire, per sferrare il colpo.
Johann Trollmann fu maestro nel danzare con le ombre.
Lo chiamavano Rukeli che significa “albero”, per il fisico asciutto, ma solido e potente.


Johann combatteva nei pesi medi e medio massimi, ma era veloce, velocissimo, un ballerino con pugni pesanti come pietre.
Negli anni 30, in mezzo a boxeur che facevano di forza e potenza la loro cifra, Johann portò nel suo sport uno stile innovativo e ribelle che avrebbe preceduto di decenni Muhammad Alì.
Johann era unico anche nel piacere alle donne.
Il suo viso selvatico, la massa di capelli scuri, lo sguardo sfrontato e intelligente: le donne lo amavano.

Flirtava sul ring, dopo i combattimenti, ma anche durante.
Johann era unico perfino nel suo essere tedesco.
Sì, perché Johann Rukeli Trollmann era un sinti, uno zingaro emerso dalle ombre dei campi di Hannover per andarsi a prendere, pugno dopo pugno, Berlino e le sue palestre, i suoi ring, le sue donne. Per inseguire il sogno di diventare campione nazionale e, insieme, il riscatto da un’esistenza destinata ai margini.
Rukeli uscì dalle ombre alla piena luce, per combattere con tutti alla pari, per affrontare da uomo a uomo avversari più pesanti e forti di lui e mandarli al tappetto.
Ma c’era un avversario gigantesco e micidiale che si preparava a salire sul ring contro Trollmann.
Si chiamava Nazismo ed era un ciclope composto di dieci, cento, mille uomini d’acciaio che volevano mandare k.o. quello zingaro scuro di carnagione che ballava come una femmina sul ring, che svergognava il loro sport, che abbatteva i loro ariani, che piaceva alle loro donne, che non seguiva le regole della nuova, brutale boxe tedesca.
La storia di Johann “Rukeli” Trollmann è raccontata in un libro che esce oggi e si chiama “Alla fine di ogni cosa” di Mauro Garofalo (Frassinelli, Euro 18,50).
Il romanzo mischia fiction e biopic, storia e realtà, in un meccanismo in cui lo stile a tratti poetico delle immagini evocate da Garofalo s’incastra con il racconto crudo della fatica e quello tecnico del gesto sportivo.
Un valore aggiunto del libro è la competenza pugilistica dell’autore che pratica la boxe e riesce a raccontarne efficacemente la fatica, il quotidiano sacrificio di chi si prepara per salire su un ring su cui, alla fine di ogni cosa, troverà un uomo che ha faticato quanto lui e che ha lo stesso obiettivo: mandare l’avversario al tappeto.
Nonostante qualche balzo temporale troppo spiazzante Garofalo riesce a tenere insieme la storia di Rukeli senza farsi schiacciare dall’enormità del contesto storico e senza cedere alla pedanteria tecnica.
E’ una vicenda che merita di essere conosciuta, questa, perché Johann Trollmann danzò con le ombre non solo da pugile, ma – soprattutto – da uomo.
Mentre altri scelsero di fuggire, Rukeli quelle ombre le attaccò, le schivò, le colpì e ne accettò i fendenti micidiali, per arrivare fino al loro cuore più oscuro.
Fino a guardare negli occhi il Male e poi ancora oltre, ad affrontare l’ombra che ogni pugile teme più di ogni altra, l’avversario che ha scelto di sfidare sin dalla prima volta in cui è salito su un ring.
Sé stesso.

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