Le premesse perché “This house is not for sale” fosse una delusione c’erano tutte.
Per la prima volta un album dei Bon Jovi usciva senza Richie Sambora, chitarrista che, dalla fondazione del gruppo, ha contributo a costruirne il successo con il suo insuperabile tocco melodico, la voce inconfondibile nei cori, la firma su svariati successi della band.
Anche Desmond Child – celeberrimo hitmaker che aveva firmato “You give love a bad name” e “Livin on a prayer”, tanto per dire – non era della partita.
Inoltre la band aveva lasciato in modo conflittuale la Mercury Records con il polemico (e brutto) album “obbligato”, quel “Burning Bridges”, di cui scrissi qui.

Aggiungete l’uscita come primo singolo di una title-track che non faceva gridare al miracolo e capirete perché alcuni temessero il tracollo.

E invece.

Non vorrei azzardare, ma credo che “This house is not for sale” sia il miglior prodotto dai tempi di “Have a nice day” (2005), se consideriamo la versione deluxe da 17 canzoni che, per fortuna, non aggiunge inutili riempitivi, ma alcuni fra i pezzi migliori.
La canzone “This house is not for sale”, per quanto già sentita, cresce con gli ascolti, candidandosi a inno live. “Livin’ with the ghost”, che canta la voglia di andare avanti e non fermarsi a ciò che è stato, potrebbe persino diventare un classico della band e anche “Born again tomorrow” ha un gran bel tiro, benché (per i miei gusti) la batteria suoni troppo elettronica.
L’incidere più secco e una chitarra vagamente U2 invece, valorizza la solare e trascinante bonus “Goodnight New York”.

In altri momenti più mossi (New year’s day, Reunion, We don’t run) la produzione di John Shanks rende invece il suono troppo piatto e il risultato già sentito.

Non a caso questo album offre il meglio nei brani più intimisti: la ballata a tinte country “Scars on this guitar”, la dolce “Labor of love”, evidentemente dedicata alla moglie Dorothea, compagna del liceo di Jon Bon Jovi e sua moglie dal 1989. Piace qui il cantato sensuale e un’ intrigante chitarra con reminiscenze southern.

La bonus track “Real love” riprende in veste pianistica la canzone del precedente disco “Blind Love”. Pur preferendo l’originale, piace lo spazio concesso al sempre ottimo tastierista David Bryan.

Un’altra bonus si guadagna la palma di pezzo migliore del disco: è la rarefatta “I will drive you home”, con un testo che fa pensare a Springsteen e un suono insieme elettronico eppure ottantiano.

La gestione dei cori di questo pezzo è la cosa più innovativa e interessante dell’album e non può essere un caso che questa canzone – insieme a tutte le migliori del disco – porti fra i nomi degli autori l’ottimo Billy Falcon. Da anni collaboratore di Jon Bon Jovi, Falcon stavolta é assurto quasi a membro aggiunto della band.

Insomma, “This house is not for sale” non è un album miracoloso, ma di speranza. Non tanto speranza di tornare al passato, perché non si vive coi fantasmi, come canta Jon. Ma il disco mostra una band che sa ancora tirar fuori canzoni efficaci, che hai voglia di sentire e risentire e sentire di nuovo.
Se non proprio nuove strade quest’album indica possibili deviazioni che, con un po’ di coraggio, i Bon Jovi dovrebbero imboccare dando una sterzata sul fronte della produzione che, quando carica il suono con chitarroni, paradossalmente, perde efficacia e banalizza il risultato.
Oggi questa band rende al meglio quando il motore scende di giri, la strada spiana e i finestrini abbassati lasciano entrare il vento, a scompigliare le chiome non più cotonate.
Insomma, “This house is not for sale” mantiene le promesse: dimostra che la casa dei Bon Jovi ha solide radici e non è ancora in vendita.

E di questo, noi fan, siamo felici.

Del resto non avevamo nessuna voglia di traslocare.

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