Nel mio nuovo libro, “Abbiamo toccato le stelle”, racconto 20 storie di campionesse e  campioni capaci di andare oltre lo sport per segnare la vita di tutti gli esseri umani con le loro lotte, il loro coraggio, la loro passione, la loro dedizione.
Una delle protagoniste è Yusra Mardini, che oggi ha 20 anni ed è ha partecipato alle Olimpiadi di Rio 2016 nei 200 metri Stile Libero di nuoto, la stessa gara di Federica Pellegrini.
Ha difeso i colori di una squadra di soli 10 atleti, che non aveva bandiera e nemmeno inno, se non quello delle Olimpiadi.
Perché era una squadra di rifugiati.
Yusra, alle Olimpiadi, non ha nuotato per il paese in cui è nata – la Siria –  e nemmeno per le medaglie, ma questo contava poco, visto che – nel Mar Egeo – aveva dovuto nuotare per la vita.
Sì, perché dopo aver partecipato ai Mondiali del 2012 quando aveva solo 15 anni ed era candidata a diventare una delle migliori nuotatrici siriane, Yusra ha visto la sua vita sconvolta dalla guerra.
La casa di Damasco è stata rasa al suolo, ogni avere della sua famiglia cancellato, nulla per cui rimanere, nemmeno lo sport.
“A volte non potevo allenarmi, a volte arrivavano bombe dentro la piscina. Il soffitto aveva i buchi. Un sacco di sportivi e specialmente i giocatori di calcio sono morti sotto i bombardamenti”.
Yusra, con la sorella Sarah, ha deciso di scappare: da campionessa che aspirava a essere il numero 1 del suo paese, Yusra si è trovata a essere un numero fra centinaia di migliaia di persone in fuga e a lottare per la vita, per cercare di raggiungere quell’Europa che rappresentava la salvezza.
Non c’era scelta: da una parte le bombe e la morta, dall’altra la vita, forse il nuoto.
Yusra non immaginava di dover nuotare la sua gare più decisiva nel mar Egeo, quando il gommone su cui cercava di raggiungere la Grecia insieme ad altri migranti, piena di persone che non sapevano nuotare, fra cui diversi bambini, ha iniziato a imbarcare acqua durante la traversata.
I viaggiatori hanno gettato in mare tutti i bagagli, ma non bastava: l’imbarcazione sarebbe affondata.
Allora Yusra, Sarah e un’altra persona che sapeva nuotare si sono tuffate per scaricare peso e sono rimaste attaccate al gommone in parte nuotando, in parte spingendolo loro stesse. Tre ore in acqua, durante le quali hanno percorso quasi 5 chilometri nell’Egeo insieme alla loro imbarcazione che, con meno peso, restava miracolosamente a galla. Usando le gambe e le braccia come motori per spingere il gommone.
“Abbiamo pensato che non potevamo non aiutare le persone che erano con noi e non sapevano nuotare. Ho odiato il mare, ma come nuotatrice sarebbe stato uno scandalo morire affogata”.
A piedi le sorelle Mardini sono passate per Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria e sono arrivate fino alla Germania, dove Yusra ha continuato ad allenarsi, senza più bombe sul tetto della piscina. Ha migliorato i suoi tempi nella speranza di arrivare alle Olimpiadi, anche se non aveva più una squadra e nemmeno una nazione per cui gareggiare.
“Ma in acqua non c’è differenza se sei un siriano, un rifugiato, un tedesco. In acqua ci sei solo tu e gli altri che gareggiano con te”.
Alla fine ce l’ha fatta ed è entrata in una squadra speciale, quella dei rifugiati, nata per raccogliere i migliori fra gli atleti costretti a fuggire dalla loro patria.
“Sono felicissima, non posso spiegare quanto sono felice! Quando me lo hanno detto ho pianto”.
Erano 10 atleti selezionati tra 43 candidati, 5 del Sud Sudan, 2 della Siria, 2 della Repubblica Democratica del Congo, 1 dell’Etiopia. Durante la cerimonia d’inaugurazione hanno sfilato subito prima del Brasile, paese ospitante, aprendo il corteo dei campioni di tutto il mondo.

Yusra ha vinto la sua batteria, sebbene il suo tempo non le abbia permesso di qualificarsi ai turni successivi, ma non era questo che contava. Contava essere lì, alle Olimpiadi, a raccontare con lo sport la sua storia.
Ma la corsa di Yusra non si è fermata alle Olimpiadi di Rio, anzi, da lì è iniziata e le ha riservato altri incredibili traguardi, rendendola non solo una celebrità mediatica ma anche una potentissima voce al servizio di chi lotta per la vita fuggendo dal suo paese.

La storia di Yusra Mardini, raccontata in modo completo, la trovate in “Abbiamo toccato le stelle”, insieme ad altre vicende di atleti e atleti che hanno dovuto lottare contro discriminazioni razziali, sessuali e di genere, che si sono battuti contro la disabilità e l’emarginazione, contro odio e dittature.
Campionesse come Kathrine Switzer, prima atleta a infrangere il tabù che impediva alle donne di correre una maratona o atleti come Peter Norman, corridore bianco che scelse di sostenere la protesta dei campioni neri Smith e Carlos, a Messico 1968, pagando carissima quella scelta.
Uomini e donne che hanno unito la forza sportiva al loro coraggio di esseri umani.
Un libro per ragazzi e adulti, un modo diverso per raccontare la complessità della vita attraverso lo sport.

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