Una delle storie incluse nel mio nuovo libro “Abbiamo toccato le stelle” riguarda un campione nero di pugilato famoso per la sua velocità, la sua classe, la sua forza.
No, non è Mohammad Alì, che pure dentro il libro c’è.
Emile Griffith ha combattuto 337 riprese in incontri per un titolo mondiale, ben 69 in più di Ali, ed è stato inserito nella “Hall of fame” dei migliori boxeur di sempre.
Ma è stato anche protagonista di uno degli episodi più cruenti, tragici e discussi della storia del pugilato.

Emile, migrante arrivato negli Usa dalle Isole Vergini, lavora in una fabbrica di cappelli da donna, alla fine degli anni Cinquanta.
In un giorno di grande caldo chiede al suo principale di potersi togliere la maglietta per sudare meno, ma – quando si spoglia – il suo capo che è anche tecnico di boxe vede un fisico statuario. Emile è alto, asciutto, muscoloso, con le braccia lunghe.  Emile è perfetto per boxare.
Inizia così la carriera di questo peso medio famoso per la velocità dei suoi pugni e la capacità di contrattaccare e trovare un varco nella guardia altrui.
Nel 1960 diventa per la prima volta campione del mondo, mandando KO alla tredicesima ripresa l’atleta cui legherà indissolubilmente e tragicamente il suo destino: Bernardo “Benny” Paret, detto “The kid”.
Anche Benny è di colore e viene da lontano, da Cuba. È più quadrato e coriaceo di Emile. Ex tagliatore di canna da zucchero, è un grande incassatore combatte tanto, secondo alcuni troppo per il suo fisico.
Paret ottiene la rivincita e batte Emile ai punti, nonostante il verdetto sollevi dei dubbi perché, secondo alcuni, sarebbe stato Griffith a meritare la vittoria.
Il terzo e ultimo combattimento del 24 aprile 1962 per la corona dei pesi welter si svolge a New York, davanti a 7.000 persone entusiaste.
Emile si è preparato in modo esemplare, dopo l’ultima sconfitta, ed è tiratissimo, nel viso e nel fisico: al peso la bilancia dice 66 chili.
Benny Paret inizia a provocarlo e ride, indicando ai giornalisti quel peso: dove vuole andare Griffith, così leggero?

A un certo punto, finite le operazioni di peso, Benny passa dietro Emile e simula un gesto sessuale, mentre urla davanti a tutti i giornalisti: “Frocio, stasera mi fotto te e tuo marito!”.
Emile perde la testa, fa per lanciarsi contro di lui, ma i suoi lo trattengono, per poco non scoppia una rissa.
“Risparmia i pugni per dopo” gridano a Emile che è furioso.
È abituato al razzismo, alle risse, ai problemi con i poliziotti, ha visto un amico colpito a pistolettate per strada, ma quel “frocio” lo ha toccato là dove la guardia è aperta.
Il bellissimo Emile Griffith, in quegli anni ‘60, frequenta le donne, però ama gli uomini.
Non è solo un re sul quadrato dove combatte, ma anche nei locali gay, dove danza quasi ogni notte sino all’alba. Emile adora ballare, ha una voce dolce, sempre troppo alta di tono. Lo prendono in giro anche nelle palestre, perché Emile gira con le caramelle da regalare ai bambini, disegna cappelli da donna, suona il flauto alla sera.
“È strano” sussurrano in un paese in cui se la tua “stranezza” è essere gay puoi essere considerato criminale e incarcerato.
Emile Griffith non è solo strano, è anche nero, in un paese in cui i neri vengono uccisi per strada. Ed è un pugile di livello mondiale in uno sport che non sopporta ambiguità, in cui l’uomo è uomo, macho e basta.
La sfida decisiva con Paret è un combattimento duro e, al sesto round, Benny colpisce Emile e lo manda al tappeto. Lui si rialza e solo la campana lo salva.
Il coach di Emile gli dice che adesso deve colpire più forte che può, fino a che il rivale non gli si attaccherà addosso in un abbraccio o l’arbitro non lo fermerà. Emile lo ascolta e riprende il controllo, domina il decimo e l’undicesimo round.
Benny sembra stanco, sulle gambe, quando arriva il dodicesimo round ed Emile riesce a chiuderlo all’angolo.
Paret vacilla, s’incastra con un braccio nelle corde ed Emile gli si avventa contro.
Con il sinistro lo tiene fermo, con il destro inizia a colpire la testa di Benny ormai senza guardia.
In pochi secondi ben 18 destri si abbattono sulla testa di Benny mentre Emile sembra non vedere altro che quel bersaglio da colpire.

Alla fine l’arbitro si lancia su Emile e ferma finalmente l’incontro. All’angolo, come una bandiera che si ammaina per sempre, Benny scivola piano al tappeto nel più lungo e tragico dei knock out.
Paret viene subito ricoverato in ospedale, in coma, ed Emile chiede più volte di poter entrare nella sua stanza, ma il permesso gli viene negato, anche per timore che il team di Benny lo aggredisca.
Benny Paret muore dopo dieci giorni di agonia, a soli 25 anni. Lucy partorisce pochi mesi dopo il secondo figlio e lascia New York per trasferirsi per sempre a Miami con i due bambini. Non prenderà mai una pensione pugilistica per la morte del marito.
Emile è scosso, ma non smette di combattere, vince ancora, eppure il numero delle vittorie per K.O. si dimezza, dopo la morte di Benny: una volta ritiratosi Griffith racconterà di aver limitato i suoi colpi migliori per timore di uccidere un altro uomo sul ring.
Nonostante questo perde e poi rivince ancora il titolo mondiale fino a quando non viene detronizzato da Nino Benvenuti dopo tre incontri tiratissimi. Con l’italiano nascerà un’amicizia destinata a durare per tutta la vita, tanto che lo stesso Benvenuti organizzerà anche una raccolta di fondi per aiutare Emile, quando si ritroverà sul lastrico.
Sì, perché – una volta finito di combattere – Emile perde quasi tutto, dopo aver speso troppi soldi per sostenere i tanti fratelli e i vari nipoti.


Continua a vivere, a ballare, a frequentare locali notturni, si fa assumere come guardia carceraria.
Nel 1992, all’uscita di un bar per gay, viene aggredito da 5 giovani teppisti.
Gli rompono la milza, la mandibola, le costole. Eppure si alza dal tappeto di cemento, prende la metro e va a casa a chiedere aiuto.  Resta in ospedale per 4 mesi, perde un rene ed è costretto per sempre alla dialisi.
Affetto dalla sindrome da demenza pugilistica indotta dal numero eccessivo di traumi cranici subiti, Emile Griffith vive con una pensione di soli 300 dollari sino alla morte, nel 2013, assistito dal figlio della ex moglie che da tempo ha adottato. Al collo porta ancora i guanti d’oro di quand’era dilettante.
Ma prima che Emile muoia, nel 2005, il figlio di “The kid” Paret, Benny Junior, accetta di parlargli, di incontrare e abbracciare il pugile che ha ucciso suo padre. “Non volevo fargli del male, non volevo” ripete in lacrime il vecchio Emile.

Prima di morire Emile riesce, finalmente, a trovare il coraggio di parlare in pubblico della propria sessualità, partecipando anche a un Gay Pride e raccontando il suo dramma umano.
“Io uccido un uomo e molte persone lo capiscono e mi perdonano. Al contrario, io amo un uomo e per così tanti questo è un crimine imperdonabile. Mi rende una persona cattiva. E così, anche se non sono stato in prigione, sono rimasto in cella per quasi tutta la mia vita”.

La storia di Emile Griffith è inserita nel mio libro  “Abbiamo toccato le stelle”, che raccoglie 20 vicende di campionesse e campioni capace di andare oltre lo sport per segnare la vita di tutti gli uomini con il loro coraggio, le loro sofferenze, la loro determinazione.
Vicende uniche, come quelle di Vera Caslavska, che pagò con la fine della sua carriera la contestazione al regime sovietico o quella di Terry Fox, ragazzo che perso una gamba per via di un tumore e decide a correre ugualmente da un oceano all’altro per raccogliere fondi nella lotta al cancro.
Storie uniche, ciascuna accompagnata da un disegno di Piero Macola, per parlare di discriminazioni e disabilità, diversità e migrazioni, malattia e lotta, morte e coraggio e vita, tutto attraverso lo sport.

 

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