È possibile che una persona normale, una persona qualunque, in determinate circostanze, diventi un agente del Male?
Non parliamo di Male nel senso di diavoli o demoni. Parliamo di Male inteso come atti malvagi, atti che possono portare dolore o sofferenza ad altri esseri umani.
Potremmo anche noi – persone più o meno “normali”, più o meno “comuni” – compiere in determinate circostanze atti sadici e malvagi?
È questa la domanda terribile che si pone Stanley Milgram,  nel 1961, quando inizia uno degli esperimenti di psicologia sociale più celebri della storia.
Milgram, studioso di origine ebrea, è rimasto impressionato dalla vicenda del gerarca nazista Eichmann, arrestato e giustiziato per impiccagione dallo stato di Israele per aver pianificato, organizzato e affinato la macchina delle deportazioni degli ebrei e, successivamente, il loro sterminio.
Ma Eichmann, ripreso dalle telecamere al processo, è parso al mondo un uomo “normale”. Un tizio con gli occhiali e la testa pelata, che ringraziava e salutava la corte che lo stava condannando a morte, che diceva di non aver nulla contro gli ebrei e si appellava alla giustificazione di “aver seguito degli ordini”.
La “banalità del male” come la definì Hannah Arendt.

 

In realtà questa di dipingere Eichmann come un mero burocrate fu più che altro una scelta della sua difesa processuale per cercare di salvarlo dalla morte. A distanza di tempo varie testimonianze avrebbero ricostruito che Eichmann  era un sincero antisemita per nulla pentito delle sue azioni e, molto probabilmente, un sadico.
Ma il problema di fondo rimaneva.
Anche acclarando che Eichmann fosse intimamente razzista e folle, che dire delle migliaia di altri tedeschi che, a loro volta, avevano eseguito i suoi ordini (e quelli di Hitler) senza obiezioni?
Persone “normali” trasformate in ingranaggi della più efficace macchina di morte mai concepita.
Cosa faremmo noi, se ricevessimo ordini brutali e inaccettabili?
Milgram, per rispondere a questa domanda, inventa con il suo staff un test di laboratorio.
Mette un annuncio in cui offre 4 dollari a chi parteciperà a un esperimento scientifico sulle dinamiche di apprendimento e punizione.


Trova così 40 volontari, che vengono pagati non appena si presentano sul luogo dell’esperimento.
“Voi siete stati scelti a caso, come maestri. Dall’altra parte troverete 40 allievi, scelti a caso pure loro” spiega.
In pratica ognuno dei 40 “maestri” deve porre delle semplici domande al suo “allievo”, il cui braccio è collegato a un macchinario in grado di emettere scosse elettriche che vanno dai 15 volt (un pizzicore) passando per i 375 (una scossa di grado “severo”, che la stessa macchina definisce “pericolosa”).
In fondo c’è l’ultimo bottone, contrassegnato da tre XXX e privo di indicazioni circa gli effetti della scossa su chi la subisce.

Il maestro legge le  domande, l’allievo (che a volte è nella stessa stanza, a volte in un’altra stanza e non è visibile, in base al tipo di test che Milgram vuole svolgere) risponde.
Uno scienziato in camice bianco osserva la scena e prende appunti, stando accanto al maestro.
Se l’allievo risponde correttamente, tutto ok.
Se l’allievo sbaglia, invece, il maestro lo deve punire con una scossa elettrica, di intensità sempre crescente: ogni errore significa più potenza.
Il maestro, prima di cominciare l’esperimento, subisce una scossa di prova, a 45 volt e salta sulla sedia. Il maestro si rende conto che già al minimo voltaggio la scossa fa male, non è piacevole.
Inizia quindi l’esperimento.
Il maestro viene rassicurato: “gli effetti delle scosse sull’allievo sono transitori, stia tranquillo”.
Però gli allievi che prendono le scosse via via maggiori prima si lamentano poco, poi urlano, poi chiedono di finirla, implorano pietà.
In realtà gli allievi sono attori al servizio di Milgram che recitano la loro sofferenza. I medici sono lo staff di Milgram e le scosse non esistono, sono finte. Solo la scossa di prova che il maestro riceve all’inizio è reale, poi la macchina è disattivata e gli attori-allievi simulano una sofferenza che non provano.
Ma il maestro, vero oggetto dell’esperimento, tutto questo non lo sa.
Lui crede di inviare delle reali scosse e sente (oppure anche vede, dipende dal tipo di test in cui è capitato) la reazione dell’allievo che si lamenta, piange, chiede di smettere. Oltre i 300 volt gli attori che interpretano gli allievi smettono di rispondere, come se fossero privi di conoscenza o di vita.
Lo scienziato, però, dice al maestro di non smettere: “Lei deve andare avanti, per il bene delle scienza. Mi assumo io la responsabilità di quanto capita. Vada avanti”.
I maestri, quasi tutti, soffrono. Si agitano, si stropicciano le mani, si fermano, chiedono se è certo che la persona non stia troppo male, alcuni si sentono male.
Ma lo scienziato insiste coi maestri che devono procedere, lo ordina con fermezza.
Attenzione, ricordiamoci che il maestro non ha più nessun dovere “contrattuale” verso lo scienziato: è solo un esperimento per cui è già stato pagato al suo arrivo nello studio.
Ma lo scienziato, con fredda risolutezza gli dice che “Deve andare, è essenziale che lei lo faccia”.
Il maestro deve scegliere.
Proseguire, premere il pulsante successivo e mandare altre, peggiori scosse?
O ribellarsi e fermarsi, smettendo di infliggere dolore alla vittima?

Prima di iniziare Milgram e il suo staff hanno stimato che le persone che sarebbero andate avanti con le scosse anche di fronte alla sofferenza dell’allievo dovevano attestarsi nell’ordine di una su cento: si trattava di un gesto sadico e il sadismo ricorreva come patologia solo nell’ 1% degli americani.
Ma, finito l’esperimento, Milgram ottiene risultati diversi.
La percentuale di soggetti che ha schiacciato l’ultimo bottone con le tre X e somministrato punizioni da 450 volt supera il 60%.
Oltre metà delle persone, quindi, è stata disposta ad assumere un comportamento sadico solo perché qualcuno glielo ordinava.  Il fatto di non vedere la vittima liberava maggiormente le persone di vincoli etici e morali.
Se, invece, l’allievo era visibile e a un metro di distanza dalla vittima, l’obbedienza scendeva al 40%.
Nei casi in cui il maestro aveva dovuto applicare fisicamente la piastra al braccio per dare la scossa all’allievo l’obbedienza calava al 30% e raramente il maestro arrivava al massimo dei volt, fermandosi in media a “soli” 200-250. Una persona su tre, comunque, si mostrava disposta a legare con le sue mani una piastra al braccio di uno sconosciuto e mandare scosse elettriche di alto livello.
Non emergeva differenza di genere: sia gli uomini che le donne erano uguali nella disponibilità a infliggere dolore.

Se, però, i maestri vedevano o sentivano altri colleghi disobbedire, allora avevano una sorta di “risveglio”, riprendevano coscienza e tendevano a disobbedire pure loro.
Questi e altri risultati ottenuti da Milgram sono inseriti nel celebre libro “Obbedienza all’autorità”, ma è stato difficile anche negli anni successivi svelare del tutto cosa vi sia a monte di questa obbedienza.
Molti fattori sembrano entrare in gioco nel condurre il maestro a un gesto aberrante: l’autorevolezza del medico in camice, la determinazione con cui dà i comandi, il pensiero di inseguire un risultato superiore, il contesto scientifico e asettico, il senso del dovere indotto dall’adesione all’esperimento e dall’essere stato già pagato, la mancanza di tempo per risolvere il conflitto interiore, l’educazione all’obbedienza che fa parte dei processi di socializzazione umana.
La situazione, in pratica.
In quella determinata situazione il maestro si piega ai nuovi parametri dello scienziato, ne assume in qualche modo la prospettiva e si “spersonalizza” lasciandosi trasformare in mero esecutore della volontà altrui.
In quel posto e in quel luogo il maestro mette in atto comportamenti di cui nemmeno s’immaginerebbe capace solo perché un’autorità che il contesto rende legittima gli dice che è “la cosa giusta, la cosa che va fatta”. Non si sente gravato della responsabilità morale dei suoi gesti, ma la scarica sull’autorità che gli dà l’ordine.
Secondo parte della comunità scientifica l’esperimento Milgram fu inattendibile ed eticamente sbagliato, perché – nonostante le scosse non fossero reali – creava condizioni troppo elevate di stress sulle persone esaminate. Forzava la mano, comprimeva con un contesto particolare la volontà del singolo. La pressione era tale che alcune persone stavano male fisicamente.
Eppure, in forme meno invasive, l’esperimento è stato replicato in Europa, in diverse forme.

L’ultimo studio si è svolto pochi mesi fa in Polonia, paese noto per aver tentato di resistere, nel tempo, a diverse e tremende forme di oppressione: quella nazista e quella sovietica.
Bene i risultati ottenuti sono stati pressoché analoghi.
Anzi, ancora peggiori.
Il 90% delle persone si sono mostrate capaci ad arrivare a fine corsa e di obbedire sino a mandare l’ultima scossa, potenzialmente letale.
Quello che il nostro studio mostra – ha detto il professor Grzyb che ha condotto il test in Polonia nel 2017 – è che in alcune circostanze ciascuno di noi sarebbe capace di fare del male a degli esseri umani innocenti. Questo ci insegna che siamo responsabili, che dobbiamo creare meccanismi e regole che evitino che quelle circostanze possano mai venirsi a creare”.
Le stesse persone esaminate, una volta appreso che si trattava di una finzione si sono giustificate dicendo che “nel mondo reale non lo avrei mai fatto”.
Ma ne siamo così sicuri?
Se il mondo reale ci conducesse dentro a una stanza con quei bottoni, noi cosa faremmo?
Quanti gradini saremmo capaci di scendere, lungo la scala del male?
Saremmo capaci di premere quell’ultimo bottone?

 

DISCLAIMER
Non sono un medico, un sociologico, uno psicologo.
Questo pezzo ha un mero valore divulgativo, di condivisione e riflessione.
Per chi volesse approfondire il tema consiglio il libro di Milgram “Obbedienza all’autorità” (Einaudi) o gli studi successivi e interessantissimi del professor Philip Zimbardo, di cui vorrei scrivere in futuro.

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