Diario di un celerino



Non solo un gioco. Il calcio oggi è una valvola di sfogo del sistema, un fenomeno sociale che unisce e divide le masse, provocando sempre più spesso scontri e incidenti. Il poliziotto-scrittore Riccardo Gazzaniga spiega perché. 

di Giovanni Bettini

 

Non è solo un hobby, una passione o un lavoro. Il calcio rappresenta l’idioma universale nell’era della globalizzazione, la riedizione della religione civile alla base dell’identità di uno Stato-nazione. «Il calcio – scrive il sociologo Nicola Porro – ha cessato da tempo di rappresentare soltanto un gioco. Le dimensioni planetarie del suo successo ne fanno un fenomeno sociale».

Ventidue uomini in campo e un unico imperativo: difendere la porta e gonfiare la rete per rendere gloria a una comunità. Nel mezzo, oltre al pallone, ci stanno economia, politica, comunicazione e spettacolo. Un equilibrio plurale e precario messo spesso in pericolo da faziose rivalità e antiche ruggini. Quando il calcio diventa stra-ordinario spesso esce dagli stadi, invade i viali, riem­pie le cronache, fa scorrere una mascolina e primordiale violenza cambiando gli attori in campo.

E così, dai ventidue giocatori l’obiettivo si sposta su una massa di tifosi talvolta alleati, talvolta distinti nel combattere l’ordine dello Stato. Stato che, a sua volta, è composto da persone come Riccardo Gazzaniga, 38 anni, genovese, sovrintendente della polizia nella caserma di Bolzaneto (GE), dove ha sede il VI Reparto mobile predisposto alla tutela dell’ordine pubblico. Casco blu antisommossa, visiera abbassata, corpetto, scudo protettivo e sfollagente, Riccardo è un celerino di professione. Si occupa, cioè, di sedare gli scontri tra tifosi dentro e fuori gli stadi. Un mestiere che il sovrintendente ha raccontato nel suo libro A viso coperto (Einaudi, 2013), vincitore nel 2012 del Premio letterario Italo Calvino per gli scrittori italiani emergenti. A distanza di qualche tempo da quel trionfo e alla luce degli ultimi fatti di cronaca che hanno conferito al mondo della tifoseria un aspetto negativo e pericoloso, il poliziotto fa il punto della situazione.
 

Msa. Chi è Riccardo Gazzaniga?
Gazzaniga. Una persona che lavora per lo Stato, in polizia, ma che allo stesso tempo ha una grande passione: quella per la scrittura. Forse, più che un poliziotto che scrive, mi piacerebbe essere considerato uno scrittore che si trova a fare il poliziotto.
 
Nel 2012 il suo romanzo A viso coperto ha vinto il Premio letterario Italo Calvino. Come è sbocciata la passione per la scrittura?
Ho cominciato a scrivere alle scuole medie. La mia prima storia era ambientata in Veneto, sulle Dolomiti, dove alcuni cacciatori di marmotte finivano per essere inseguiti dalle guardie forestali. Al liceo classico avevo un compagno di banco appassionato di Stephen King: mi prestò la sua collezione di libri. Da un semplice desiderio di emulazione ho sviluppato la passione per i generi horror e thriller, in cui trasmettere la suspense al lettore diventa fondamentale per divertire. Studiavo anche latino. Le versioni di Cicerone mi hanno fatto capire l’esatta costruzione delle frasi, il gusto per le subordinate e gli incisi.
 
Dopo la maturità si è iscritto a giurisprudenza, ma qualcosa è andato storto…
Nonostante i buoni risultati accademici, non vedevo valide prospettive per me in quel settore. All’epoca il servizio di leva era obbligatorio. Sono finito in polizia e da allora sono passati diciotto anni. Ho ricoperto diverse mansioni, anche se ho dedicato gran parte della mia carriera alla tutela dell’ordine pubblico durante partite di calcio, calamità naturali, eventi pubblici di grande portata (come i funerali di Giovanni Paolo II). Sono sempre stato attirato dall’idea di stare dalla parte giusta, contro le prepotenze. Lavorare in polizia credo significhi fare qualcosa per gli altri, anche se molti vedono il celerino come una figura a carattere repressivo.
 
Quali differenze ci sono tra una manifestazione sportiva, dove una folla si raduna, per esempio, dentro a uno stadio, e un grande evento come un concerto o i funerali del Papa? 
La folla ha una sua insita pericolosità, perché molto spesso reagisce sulla base di informazioni non esatte o comunque non verificate. Basta poco: si diffonde una notizia sbagliata e, allo stesso tempo, si diffonde il panico. Le tifoserie, invece, si oppongono prima verbalmente e poi, a volte, anche fisicamente.
 
Perché il calcio genera episodi di violenza e criminalità?
È una domanda da un milione di dollari. Secondo alcuni esperti, la violenza che si scatena è dovuta alla natura stessa del gioco del calcio che implica casualità. Le regole sono interpretabili, le decisioni opinabili e non sempre vince il più forte. Non da ultimo, il calcio stimola la faziosità, cosa che non succede nel rugby dove vige un contesto più disciplinato. Ciò che arriva alle cronache a volte è solo una parte di un tutto che non viene raccontato. Molto spesso si parla di delinquenza, ma non tutti gli ultrà sono criminali. La comunità dei tifosi fa sì che determinate azioni, impossibili da mettere in atto altrove, vengano condivise da un gruppo. Chi frequenta le curve degli stadi assimila un’identità, diventa qualcuno; e l’impressione è quella d’essere una parte che condiziona. Certi ambienti ti permettono di diventare un attore: (col tuo consenso o con la tua disapprovazione, ndr) puoi far cambiare un allenatore o un giocatore. In un mondo in cui c’è poco spazio per emergere si trova una via per affermare se stessi. Per molti tutto questo è affascinante.
 
Il problema delle tifoserie è sociale quindi?
Certo. In fondo questa tipologia di aggregazione, nata in Italia negli anni ’60, vanta ancora oggi oltre quattrocento gruppi di ultrà attivi con ragazzi che entrano ed escono da questi contesti. È una questione complessa che va al di là di un singolo che commette un atto criminoso.
 
Il suo lavoro la porta spesso a entrare in contatto con le tifoserie. Ci può dire chi è in linea di massima l’ultrà?
Raramente supera i 35 anni. Uomo. Un carattere «machista». Attento al rispetto della mentalità ultrà, in cui la fedeltà ai compagni diventa quasi un comandamento: tutto puoi fare tranne tradire ed essere un infame.
 
Il tifoso è chiamato al rispetto delle regole in vigore all’interno della comunità di appartenenza, ma quando esce fuori da questa cerchia si può permettere, ad esempio, il disordine di una rissa. Come si spiega questo fenomeno?
In un universo in cui mancano punti di riferimento politici e sociali, alcune persone trovano negli ambienti ultrà regole semplici e preconfezionate. Queste dinamiche negli anni fanno presa e danno ruoli chiari e stabiliti. Si crea­no così persone predisposte agli incidenti, ma dentro un contesto molto gerarchizzato. È la grande contraddizione del tifo violento: si accetta lo scontro fisico, ma si rifugge l’uso delle armi. Prevale la logica della lotta mascolina a mani nude, ma il vero problema è che la violenza, una volta innescata, è difficile da controllare.
 
Un chiaro esempio è il caso di Ciro Esposito, il tifoso napoletano ferito a morte lo scorso 3 maggio (è deceduto il 25 giugno, ndr) a Roma da alcuni colpi d’arma da fuoco poche ore prima della finale di Coppa Italia. Si sta andando oltre ogni limite?
La violenza nel calcio in alcune occasioni pare essere un rito senza regole. Lo Stato fa la sua parte mettendo in campo la legge. L’attenzione è massima. I tifosi cercano una forma di autogoverno, ma alla fine alcune situazioni sfuggono di mano. Gli ultrà non si sono ancora sbarazzati della loro vocazione violenta.
 
Se ne libereranno prima o poi?
Non lo so. In Svezia, ad esempio, dove si ritrova un sistema sociale molto diverso dal nostro, nel mese di marzo è morto un tifoso prima di una partita di campionato. In Svizzera, a Berna, si sono registrati pesanti incidenti prima della finale della coppa di lega. È come se l’uomo cercasse di sfogare una parte oscura di sé, sempre, ovunque e comunque.
 
Cosa passa nella testa di un poliziotto quando si ritrova ad affrontare situazioni critiche a ridosso degli stadi?
Tanta paura, adrenalina e confusione che ti fa vedere solo ciò che hai davanti agli occhi, oscurando la percezione generale dell’ambiente. Se si riesce a resistere a queste scariche di tensione improvvise, si porta a casa la pelle. Ricordo una partita in cui fummo attaccati di sorpresa da un gruppo di ultrà pochi minuti prima del fischio d’inizio. Calci, spinte, umiliazioni. Io finii a terra. Strisciando sull’asfalto persi un’unghia. La collezione degli infortuni può essere molto lunga in certi casi.
 
Tanti rischi e poche garanzie. Dura la vita del celerino…
In qualità di sovrintendente, ho la responsabilità di gestire una squadra di circa dieci uomini. Prendo 1.550 euro al mese, i ragazzi che fanno gli agenti 1.400. Un’ora di straordinario vale sei euro. Se in questo frangente subisci un’aggressione, qualche perplessità è lecita. Gli stipendi e gli scatti d’anzianità sono bloccati. Dare riconoscimenti economici più adeguati (quelli italiani di oggi sono tra i più bassi d’Europa) e applicare una maggiore meritocrazia sarebbe già un passo in avanti. Un’altra questione riguarda gli indennizzi limitati. Il poliziotto è esposto penalmente e il rischio di commettere un reato durante il proprio lavoro è elevato. Lo Stato rimborsa fino a un certo punto, poi devi pensarci tu. Come ogni cittadino, il poliziotto, se sbaglia, deve pagare, ma è difficile lavorare tra tutte queste paure.
 
Il campionato è appena ripartito. A che punto è il calcio di casa nostra?
Di sicuro molto indietro riguardo alla questione sicurezza. Gli stadi italiani spesso sono vecchi, inadeguati e inseriti all’interno di contesti cittadini. Le società non rie­scono a rompere i rapporti con certi gruppi di tifosi. Dietro alle partite c’è un business che richiama forze che con il calcio hanno poco da spartire. Ma l’attenzione all’ordine pubblico e attorno agli eventi deve prescindere dalle logiche economiche. Inoltre, le partite a forte rischio non si possono giocare di sera, come è avvenuto nella recente finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina allo Stadio Olimpico di Roma (la partita è iniziata alle 21,45, in ritardo per via della sparatoria che qualche ora prima si era consumata in piazza Saxa Rubra, ndr). Se non si cambia questa mentalità, sarà difficile vivere e vedere un altro calcio.
 
 

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