I numeri sono importanti, negli sport di combattimento. Racchiudono la storia di un atleta, i suoi trionfi, i suoi titoli, le sue cadute.
Eppure Marco Costaguta i suoi numeri te li elenca così, senza fronzoli, senza compiacersene. Senza sembrare appagato perché, alla soglia dei 50 anni, è già proiettato verso il sogno di altre sfide.
Ma restano numeri impressionanti: 155 incontri disputati tra boxe francese, kickboxing, muay thai, k1 con uno score di 116 vittorie, 18 pareggi e solo 21 sconfitte.
Nel 1978 inizia con la savate, boxe francese che prevede l’uso di pugni e colpi con i piedi, uno sport particolarmente popolare a Genova, per la vicinanza con la Francia.
Marco si laurea più volte campione italiano, vice campione europeo e mondiale, ma lui sogna di cimentarsi anche in sfide più lunghe, su un numero maggiore di riprese. Così passa alla kickboxing, diventa campione italiano ed europeo e poi arriva al vertice assoluto: infila un’incredibile serie di 8 titoli mondiali prof. nelle 3 sigle internazionali WKA, WPKC, e WAKO PRO, sconfiggendo avversari come il prima imbattuto Ygin Osman e il livornese Rizzoli, in match che fanno la storia della disciplina.

Costaguta Marco

I colpi migliori di Marco Costaguta sono spesso quelli con le gambe. “La componente di boxe è fondamentale, ma i colpi di gambe mi sono sempre piaciuti per la loro eleganza. Un colpo con le gambe è anche bello esteticamente. Il pubblico è felice di vederlo e noi siamo lì anche per il pubblico”.

I titoli nella savate e nella kickboxing, però, non bastano ancora a Costaguta.
Per questo quando gli telefonano per dirgli: “Senti Marco, ci sarebbe un match di muay thai in Giappone, ma è un po’ difficile” accetta, anche se non si è mai cimentato nella thai boxe e non ha ancora la completa conoscenza della disciplina. Inoltre Satoshi Kobayashi è due categorie di peso superiore a lui e nessuno vuole combatterci contro, perché troppo forte. Costaguta lo affronta in un memorabile scontro all’arena Korakuen di Tokio, davanti a 50.000 persone.
“Fu una sfida pazzesca, al fulmicotone, in Italia non eravamo abituati a quel genere di pubblico così numeroso”.
Costaguta mette in difficoltà il campione, ma perde alla penultima ripresa incassando un banale colpo di incontro: “Colpa dell’inesperienza, era il mio primo incontro di thai, in fondo”.
Il pubblico, però, lo adotta: si batte con tanto coraggio che i giapponesi gli danno il soprannome di “Adrenaline Man”.
La rivincita va in scena a Pordenone, un match strepitoso dell’italiano che domina il campione nipponico, mandandolo spesso vicino al k.o.. Al momento del verdetto Kobayashi attende che sia annunciata la sua sconfitta a testa bassa, Costaguta è certo di aver vinto. Ma il giudizio tarda ad arrivare, ci sono dieci minuti di lunghi, inspiegabili conciliaboli.
Alla fine il verdetto attribuisce la vittoria a Kobayashi mentre il pubblico fischia inferocito.
“Ero il primo italiano a cimentarmi a quel livello nella thai boxe. Se avessi vinto io nessun nostro connazionale sarebbe stato più invitato in Giappone. Insomma, dovevo perdere”.
Marco presenta ricorso, porta le videocassette che dimostrano chiaramente la sua vittoria, ma il destino di quella sfida è ormai segnato e gli impedisce di fregiarsi dell’ultimo titolo che mancava.
“Pazienza, è andata così, io accetto sempre il verdetto del ring. Ma quella volta fu doloroso, perché avevo dominato. Comunque è stato un grande onore affrontare Satoshi Kobayashi” dice, perché alla fine più che l’esito del match, importa il valore dell’atleta sfidato. Si prova prima di tutto rispetto per un altro uomo che ha sudato e faticato come te. Che ha sofferto e stretto i denti per arrivare sul tuo stesso ring.
“Sì, c’è un grande rispetto, anche se andiamo su quel ring e cerchiamo di mandarci al tappetto in ogni modo. Ma lo facciamo con delle regole precise, un arbitro, una preparazione specifica, un lavoro enorme dietro. È sport, non una rissa. Chi va su un ring ci va perché un allenatore lo ritiene pronto e ci arriva dopo un percorso fisico e mentale. Ci va perché è convinto e sente di farlo. Per questo, paradossalmente, è più facile che un ragazzo si faccia male giocando a calcio o a rugby che venendo in palestra a fare sport di combattimento. Fuori dal quadrato nascono anche forti amicizie tra chi combatte”.
Perché il vero avversario non è l’uomo davanti a te, ma quello dentro di te.


“L’avversario è una proiezione di te stesso. Delle tue paure, delle cose che ti fanno incazzare nella vita, di quanto non riesci a fare. Sul ring tutto questo viene fuori, ma devi vincerlo. In pochi minuti condensi mesi di lavoro durissimo e devi farli fruttare tutti. Restare calmo, la mente fredda, il corpo che fa quello che sa, senza lasciarti condizionare da tutte le altre emozioni”.
Tutti quanti osservano da fuori uno sport di combattimento hanno sempre una domanda.  Si chiedono cosa spinga un atleta a scegliere di salire su un ring.
“In fondo chi va su un ring è come chi va su un palco. È un egocentrico. Lo fa per sé stesso, prima di tutto. Vuole dimostrare il suo valore, vuole il centro della scena, vuole l’attenzione del pubblico che lo guarda. Ma se combatti, ti esponi. Rischi anche di fallire, lì, davanti a tutti”.
Come per ogni sport ci sono i sacrifici, le rinunce. “Quand’ero più piccolo gli altri ragazzi uscivano, andavano a divertirsi nei locali. Io mi allenavo. Al militare correvo per chilometri solo per raggiungere una palestra, allenarmi e tornare ancora indietro sempre correndo, a volta mi toccava restare senza mangiare.”.
Costaguta ha combattuto fino a 43 anni, prima di lasciare l’agonismo e dedicarsi a organizzare eventi e ad allenare i ragazzi, cercando di far conoscere gli sport di contatto in tutta Italia.
“Oggi sono anche sport “alla moda”, coperti dalle tv,  e ok, questo va benissimo, ma l’importante è che ci sia dietro la preparazione e la competenza. Io ho organizzato incontri di livello mondiale a Genova quando nessuno ancora conosceva queste discipline. Ho portato in giro la savate e la kickboxing attraverso tante attività benefiche come sostenere la banca degli occhi coi Lions o insegnare in carcere. Facevo lezioni di kick a ragazzi che erano detenuti. E andò benissimo, fu un’esperienza bellissima per quello che potevo trasmettere”.
In realtà Marco Costaguta non è riuscito a restare lontano dal ring: lo scorso anno, a 49 anni e dopo 6 di inattività agonistica, ha messo in palio uno dei suoi titoli mondiali, contro Cemmi a Domodossola.
Ha vinto, ancora una volta.
“Volevo rimettermi in gioco. Un po’ come quando senti di quei pugili che decidono di tornare, no? Ti manca. Passa il tempo, ti alleni sempre e ti chiedi se saresti ancora capace di farlo: di trovare il coraggio di percorrere la strada fino al ring, salire quei quattro gradini ed entrare fra le corde”.
Cerco di farmi raccontare quello che si prova. Ma non è possibile, e lo capisco.
“È una sensazione indescrivibile, non la puoi spiegare. C’è la carica agonistica, la potenza dell’adrenalina, la voglia di andare su, di resistere in piedi fino all’ultimo round, di vincere”.
E anche la paura, che può inchiodarti.
“Ma è una paura consapevole. Sai cosa vai a fare, sai che rischi di farti male, almeno ai massimi livelli mondiali. Esponi il corpo a dei traumi, dei segni, delle lesioni. Ma decidi di farlo, lo vuoi fare”.
Fino a pochi anni combattere sopra i 40 anni era impensabile, eppure, a vedere Marco Costaguta, capisci che è persino logico, con la sua condizione fisica: asciutto, scattante, trasmette un’energia fisica che diventa anche mentale.
“Mi alleno ancora tutti i giorni, due, tre ore. Corro fino a 18 chilometri al giorno poi faccio il sacco, le sequenze, gli scambi, la tecnica. Tutto. Ma il fiato è fondamentale, se usi braccia e gambe come noi. Se non hai fiato le gambe diventano pesanti come pietre, non le alzi più, sei perso. Mi alleno perché mi piace quello che faccio. Io mi diverto ancora”.
Dopo anni a girare per le palestre di tutto il mondo, da settembre scorso Marco si allena in una palestra sua. L’ha aperta nel quartiere genovese di Pontedecimo, in via Val Sugana, riprendendo i locali di una palestra abbandonata per farne un centro per gli sport di combattimento. L’ha chiamata Adrenaline Gym, ispirandosi al suo soprannome.
“È tutta la vita che lo sognavo. A 50 anni ho pensato che se non lo facevo in questo momento, non lo facevo mai più”.
L’ “Adrenaline Gym” rispecchia lo spirito del suo fondatore: poca scena e tanta sostanza, raccogliendo il meglio sulla piazza degli sport di contatto. Maurizio Pugliese, semifinalista europeo nei pesi massimi, allena i ragazzi per il Savate e lo Chauss Fight; il Maestro Massimo Pedemonte si occupa di Karate, l’ex campione italiano Salvatore Costarelli segue i ragazzi della boxe. E poi MMA, Krav Maga, fitness, ballo e sala attrezzi. Costaguta segue la kickboxing.
“Quando un mio allievo va sul ring sono coinvolto, vorrei quasi salire io.  Cerco di dirgli cosa fare e, se non ci riesce ci soffro. Ma io posso solo portarlo fino a quei gradini per salire fra le corde. Poi tocca a lui. Come nella vita”.
Perché non si tratta solo di insegnare a fare savate o kickboxing.
“La Valpolcevera è una zona complicata, con pochissimi spazi per lo sport e tante situazioni di disagio. Gli sport di combattimento non rendono le persone più aggressive, semmai le placano: possono incanalare l’aggressività, insegnare il sacrificio, recuperare quei ragazzi che in strada rischiano di perdersi e sbandare”.
Portare sport in un zona complicata di una città in crisi. È questa l’ennesima, ambiziosa sfida di un atleta che non vuole smettere di fare ciò che ama, tanto che si parla di un possibile match oltre la soglia dei 50 anni, alzando ancora l’asticella della leggenda.
“Questo sport è la mia vita: mi ha dato tanto, mi ha reso quello che sono. L’ho praticato da bambino, lo pratico adesso e lo praticherò sempre. Fino alla fine”.

Io, l’ex campione italiano pesi massimi di savate e semifinalista per il titolo europeo Maestro Maurizio Pugliese (a sinsitra) e l’otto volte campione del mondo di Kickboxing Marco Costaguta (al centro).

 

NOTE

  • Le foto di Marco Costaguta da solo sono state scattate e gentilmente concesse al mio sito dal fotografo Fabio Bussalino.
  • Il testo di questo post è in parte contenuto anche nel mio articolo apparso su Repubblica di Genova il 3 Febbraio 2017.

 

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