Ho visto “Icarus”, documentario visibile su Netflix e recente vincitore del Premio Oscar, dopo la vittoria al Sundance Festival.
Beh, credo non dovreste perdervelo, anche se pensate che – di sport e doping – non v’interessi nulla.
Icarus nasce come l’idea del regista Bryan Fogel di parlare di doping in un modo inedito: testandolo su sé stesso.
Fogel, che è da anni un corridore di ciclismo amatoriale, si chiede come sia stato possibile il caso del ciclista Lance Armstrong, idolo di molti sportivi, uomo sopravvissuto al cancro e quindi pluri-vincitore del Tour, testato decine e decine di volte in ogni modo possibile, senza riuscire a certificare che fosse un dopato sino alla sua pubblica, drammatica ammissione.

Fogel allora si fa cavia con il suo corpo per assumere sostanze dopanti e tentare sia di misurare il miglioramento delle sue prestazioni sia di verificare a possibilità di riuscire a passare indenne i controlli antidoping della Haute Route, una delle principali competizioni ciclistiche non professionistiche, una sorta di Tour de France per amatori, dove una cerchia ristretta di atleti sembra inavvicinabile, come se corresse in un altro sport.
“Se vuoi essere tra loro, ti serve il doping” gli spiegano.
Per riuscire nel suo piano Bryan si mette in contatto con grandi specialisti dell’antidoping, ma ovviamente fatica qualcuno disposto ad aiutarlo, per ovvii motivi etici e di immagine, sino a quanto non s’imbatte in quello che viene indicato come “l’uomo che può aiutarlo”, un medico geniale e discusso chiamato Grigory Rodchenkov, che lavora proprio alla Rusada, la federazione antidoping russa.
Un dottore che dovrebbe andare a  caccia di dopati per tentare di creare il doping perfetto: abbastanza singolare, no?
Ecco, la storia sarebbe già interessante così, se non fosse che Fogel realizza il sogno di qualsiasi documentarista.
Mentre sta girando Icarus esplode il caso che travolge l’atletica russa e lo stesso Rodchenkov, insieme a importanti esponenti del Governo, lungo una catena di responsabilità che potrebbe arrivare sino a Putin: le indagini accusano la Russia, infatti, di aver gestito e perfezionato un doping di Stato per migliorare in modo scientifico e irregolare le prestazioni dei suoi atleti.
Rodchenkov diventa sia persona sottoposta a indagini che l’uomo che può inguaiare tutta la Russia con verità che sconvolgerebbero per sempre il mondo dello sport intero.
Dunque un uomo a rischio di essere eliminato.
Non svelo il resto, perché Icarus è un documentario avvincente come un thriller, che parte come indagine sportiva e diventa una spy-story dove entrano morte e paura. Temiamo per quanto accadrà, perché ci rendiamo conto di quanto tentacolare e pericoloso sia il nemico con cui Bryan e Grigory hanno a che fare.
Fogel, che dirige il lavoro, capisce  in corso d’opera che questa è LA storia e il suo personale esperimento sul doping finisce in secondo piano. Bryan, protagonista originale, scompare progressivamente offuscato dalla personalità, dal carisma, dall’ambiguità mai davvero chiarita di Rodchenkov.
Se, in qualche momento, questo mancato approfondimento su cosa davvero pensi, senta, provi quest’uomo enigmatico può risultare ambiguo per un documentario, è senza dubbio funzionale alla tensione narrativa e a rendere Grigory un protagonista inquieto e inquietante.
Icarus è anche una luce puntata sul fenomeno del doping nella sua forma più spaventosa, ovvero quella “di Stato”, la stessa che fino agli anni 80 era stata perseguita dalla DDR portando a una serie impressionante di trionfi al prezzo di tremende conseguenze per una fetta degli atleti coinvolti.
Si tratta di un doping senza scrupoli che non parte solo da un distorto desiderio di emergere dall’atleta, ma è incentivato dal Governo mediante finanziamenti, specialisti e medici ma anche militari, uomini di governo e spie, sulla base dell’antichissima idea che la vittoria sportiva generi consenso politico e, dunque, vada perseguita a ogni prezzo. Un concetto che – a ben vedere – animò lo stesso nazismo, che lottò strenuamente per portare a Berlino le Olimpiadi del 1936 e farne una legittimazione di fronte al mondo, insieme alle vittorie dei campioni tedeschi.
Non è un caso che – dopo il successo nel medagliere delle Olimpiadi invernali di Sochi macchiato dal doping – la Russia abbia avviato importanti azioni militari, forte del consenso popolare rinnovato dai successi sportivi.
E, come ogni sistema di regime, anche quello russo si dimostra disposto ad agire senza scrupoli per eliminare chiunque lo infastidisca: di doping si può morire, e non solo per le sostanze che ti inietti.
Il lavoro di Fogel diventa una riflessione sulle scelte umane, sbagliate e giuste, sulla facilità degli errori e la difficoltà nel cercare di ripararli, e anche una celebrazione della potenza del documentare e del testimoniare: circondati da splendide serie televisive di fiction, rischiamo di dimenticarci quanto le storie reali possano essere spettacolari e terribili.

 

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