Quasi tutti hanno sentito parlare del Maine.
Magari per le famosissime aragoste, di cui ha scritto anche David Foster Wallace. Sono l’orgoglio dello Stato, si pescano a tonnellate e puoi averne due fresche e bollite nel piatto per soli venti dollari, da mandare giù con una birra (che, però, di dollari te ne costa otto). Le aragoste, nel Maine, sono ovunque. Ho visto un congegno elettronico che si illuminava per dirti che il tuo ordine era pronto, a forma di aragosta. E persino una vignetta, dedicata alla dipartita dell’aragosta.

   IMG_1590         Lobster-cartoon-lobsters-16711570-264-191

 Il Maine è famoso anche per i telefilm di Jessica Fletcher, la “Signora in Giallo” ovvero quella scrittrice portasfiga che seminava la morte in qualsiasi posto si recasse: in casa di amici, nelle città vicine, nelle trasmissioni televisive, persino in crociera. 
jessica-fletcher

Mia moglie soffre di un’insana passione per questo telefilm e, purtroppo, non è la sola. Molte persone ci dicevano: “Ah, che bello! Nel Maine c’è Cabot Cove, il paesino di Jessica! È ispirato a Cape Cod”. Anche noi lo credevamo, salvo scoprire che Cape Cod non è affatto un paesino, ma una penisola enorme del Massaschuttes. E che gli episodi della “Signora in giallo” sono girati a Mendocino, in California. Che figura.
Nel Maine si trova il paesino di Gloucester, dove Clooney in versione bel pescatore barbuto affrontava le onde abnormi della “Tempesta perfetta”.

 

tempesta_perfetta_george_clooney_wolfgang_petersen_019_jpg_mfwb    

 Gloucester è molto carina. Il Maine tutto è carino, anzi, proprio bello. Ma cosa può portare una coppia in viaggio di nozze nel Maine a spingersi nella sua parte più remota, lontano dal mare e dai boschi e precisamente a Bangor, anonima cittadina sul fiume Penobscot accuratamente evitata da tutti i percorsi turistici?


La risposta è una sola: Stephen King.
Sì, l’autore da 400 milioni di copie, uno dei più grandi scrittori viventi (non perdete tempo a contraddirmi o fare qualsiasi obiezione, perché non vi risponderò) che ha ambientato nel Maine la maggior parte dei suoi romanzi, da molti anni vive a lavora a Bangor.

 

  Per arrivare a Bangor io e mia moglie abbiamo attraversato tutto lo Stato, dalle frastagliate coste atlantiche alle foreste dell’interno. Mentre guidavo, con questo bosco sconfinato e i suoi colori infuocati tutto intorno, decine di chilometri senza una casa, mi sembrava davvero che lì dentro potessero aggirarsi le arcane presenze dei libri di King. Che potesse esistere un universo selvaggio che noi uomini del mondo civilizzato saremmo incapaci di conoscere e dominare. In cui non riusciremmo neppure a sopravvivere.
Pensavo alla protagonista di “La bambina che amava Tom Gordon” persa nel bosco e braccata da una creatura misteriosa. Pensavo al Wendigo, il gigantesco demone indiano che si muove tra i boschi di “Pet Sematary”. Pensavo a tutte quelle storie e racconti brevi in cui una macchina sbagliava strada, si fermava nel bosco e il telefono non prendeva, come ne “I figli del granoturco”. Quante volte ci avevo sempre scherzato sopra: “Ma come fanno a perdersi, al giorno d’oggi? Possibile che questi i cellulari non funzionino mai?”. Però, quando il cellulare non prendeva per davvero e vedevo solo bosco e si è accesa la luce della riserva sul cruscotto, ecco, non ridevo molto.
Costeggiando i laghi del Maine e osservando le case di villeggiatura isolate, immaginavo la protagonista del “Gioco di Gerald”, legata al letto in una di quelle case, con il marito accanto, morto dopo un gioco erotico andato male. Bloccata lì, mentre dalle altre stanze iniziano ad arrivare strani rumori. Mi ricordavo dello scrittore di “Mucchio d’ossa” ritirato in una villa sul lago che ha una strana cucina, dove le calamite sul frigo si muovono da sole per comporre parole.
E così, viaggiando e immaginando, siamo arrivati a quella Bangor che “IT” ha trasformato in Derry.
Ho cercato e trovato gli sfondi delle principali scene del libro, con il formidabile aiuto di questo blogger americano.
Ho scovato la bruttissima statua del mitico tagliaboschi Paul Bunyan, che nel libro si anima e cerca di uccidere Richie.  

Sono passato di fronte alla Bangor Public Library, dove King fa lavorare Mike Hanlon.

IMG_1726 (Large)

Ho trovato una casa diroccata in fondo a una discesa, nella zona degradata della città. Proprio come quella al 19 di Neibolt Street dove i ragazzi incontrano IT per la prima volta nelel vesti del Licantropo. E c’era pure un macabro disegno e la scritta “Crime Scene”.

 

 Ho raggiunto la cisterna dove Stan incontra i fantasmi dei bambini annegati (quella piccolina è la mia Chevrolet Malibu bianca, con cui sono rapidamente fuggito al crepuscolo).

Sono sceso fino ai “Barren”, la zona di bosco sul fiume dove i protagonisti vivono gran parte delle scene cruciali del romanzo.

  

Ho individuato il tombino, il terribile tombino in fondo alla strada in discesa in cui IT, sotto le vesti di Pennywise il Clown, trascina e uccide il piccolo Georgie. 

 Ho pure sconfinato in un altro romanzo, “Pet Sematary”. Ho visitato il Mount Hope Cemetary, cui King si è ispirato per una terribile scena in cui Louis Creed va a dissotterrare la salma del figlio Gage, di notte, per tentare di resuscitarlo.  

 E ho trovato la casa affittata dalla famiglia King a Orrington durante la stesura dello stesso “Pet Sematary”. Su una statale e con il bosco dietro, come la casa abitata dai protagonisti del romanzo.

Ma queste che avete visto sono fotografie e non possono raccontare le sensazioni.
Perché girando per Bangor sulla mia Chevrolet bianca, mentre scendeva il crepuscolo e poi il buio, io ho percepito qualcosa di più profondo e sfuggente. Quando ho visto gruppi di ragazzini vagare insieme ho pensato ai Perdenti che lottavano con “It” armati solo della loro amicizia e del loro coraggio. Ho sentito il cuore accelerare, mentre una bici mi superava veloce in discesa, come la fantastica “Silver” su cui Bill fuggiva a perdifiato, braccato da It. Ho pensato al padre cattivo e violento di Beverly, nascosto a brutalizzare la figlia dentro una di quelle casette anonime. Ho temuto di scorgere il viso pallido di un bambino che mi fissava dalle finestre della gigantesca cisterna chiusa.
Ho dimenticato di essere a Bangor e mi sono sentito davvero a Derry. Ho percepito quel qualcosa di inquietante e storto di cui King racconta non solo in “It”, ma in tante altre storie ambientate nella periferia povera di un’America in cui i sogni non si realizzano quasi mai. Nelle case abbandonate o fatiscenti di Bangor, nei suoi abitanti cupi e malvestiti, fermi sulle verande a fissare il vuoto con una birra in mano e un barbecue devastato alle spalle, ho ritrovato quei posti da cui desidereresti fuggire il prima possibile senza mai tornare, dove King ha ambientato molti dei suoi libri.
È questa la magia che lega il lettore allo scrittore, quella magia che riesce a portarti con le parole in un luogo distante da te 8.000 chilometri da te e fartene percepire la natura più nascosta e profonda. La magia per cui quando ci arrivi, ti rendi conto di esserci già stato.
Non potevo andar via senza aver visto una casa speciale: quella dove abita Stephen King. È una villa rossa, in una delle poche strade salvabili e ordinate della cittadina, eppure non è stato facile trovarla, perché arrivati in città il mio navigatore ha iniziato a funzionare male. Strano, no?
La villa è ben più grande di quanto non raccontino le foto, perché si sviluppa in profondità, estendendosi nel parco alle sue spalle.
E dicono che sottoterra sia più grande ancora…” mi ha raccontato con aria misteriosa un ragazzo all’albergo dove dormivo.
Mi sono fermato solo pochi minuti e non ho voluto stare troppo lì fuori, nella speranza di veder uscire qualcuno, rischiando di farmi notare oltre le tende chiuse della sua gigantesca dimora. Una signora che gestiva un’enoteca mi ha spiegato che “King è una persona come tutte le altre. Lo vediamo spesso, in giro qui a Bangor”. Ma, in fondo, mica desideravo incontrarlo. Per dirgli cosa, nel mio inglese faticoso? Per star lì inebetito o essere scambiato per uno stalker? Per essere arrestato da uno di quei poliziotti folli dei suoi libri?
Così ho infilato un piccolo passo sospetto di colore rosso, tra le sbarre nere del cancello sormontato da pipistrelli e se non ci credete guardate questo video. Si vede male, ma basta a documentare il momento.

 

Il pacco sospetto, ovviamente, conteneva un regalo. Un libro, ovviamente.
Il mio libro.
Sì, ho lasciato lì una copia del mio romanzo, anche se non mi risulta che King parli italiano e, dunque, non lo leggerà mai.
Ma non importa, quello che contava era la dedica in inglese (corretta da un amico che lo parla bene). Per dirgli grazie. Grazie Mr. King, di avermi ispirato lungo tutti questi anni e di avermi fatto venir voglia di provare, umilmente, a fare lo scrittore. Grazie perché forse, senza i suoi romanzi, io non sarei la persona che sono.
A missione compiuta sono ripartito sano e salvo da Derry.
E in fin dei conti, tra il pacco sospetto, Pennywise e Jessica Fletcher, non era così scontato.

Commenti