“Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui.
E lui, Pereira, rifletteva sulla morte”.

Pereira è un vecchio giornalista vedovo, fuori forma, fuori peso, fuori tempo, fuori posto.
Ex cronista di nera lavora alla pagina culturale del Lisboa, un quotidiano che sta virando a voce di regime come ogni altro organo di informazione nel Portogallo degli anni ’30, dove le libertà sono sempre più compresse dalla dittatura.
Si difende dietro l’amore per la cultura e il passato dell’arte e della sua vita, rifiutando di vedere l’orrore del presente.
Ma l’incontro con un giovane (presunto) giornalista lo trascina dentro la vita e il dovere di scegliere.
Avevo un ricordo nefasto di Tabucchi, legato alla lettura scolastica di “Notturno indiano”, forse per l’età, forse per il dovere estivo, forse per un libro che ricordo troppo disancorato dal reale. Ma ero solo un ragazzino.
“Sostiene Pereira” invece (ascoltato nella meravigliosa lettura di Sergio Rubini) mi ha entusiasmato per il tema, da sempre al centro delle mie personali riflessioni: quando arriva il momento di prendere una posizione? Quale è il ruolo dell’uomo comune di fronte alla Storia? Quanto sei disposto a rischiare di tuo, per gli altri?
Pereira è un uomo qualsiasi, un buon uomo tranquillo e parecchio solo, che la vita e un senso di giustizia profondo per quanto a lungo messo a tacere trascinano verso una serie di progressivi atti di coraggio in un arco di trasformazione del personaggio che lo fa amare al lettore.
La scrittura nella sua linearità accompagna un protagonista altrettanto lineare eppure capace di uscire fuori dalle righe, come linguisticamente esula dall’ordinario l’intercalare del “Sostiene Pereira” che Tabucchi usa per tutto il libro senza che questo risulti mai un gravame, ma – anzi – un peculiare accompagnamento della narrazione, qualcosa che solo uno scrittore dotato di enorme perizia e sicurezza nei propri mezzi potrebbe osare e riuscire a fare in modo così delicato.
Le parole ti Tabucchi ci mostrano Pereira come osservassimo il protagonista da dietro la camera di un vecchio film, nella sua fatica fisica, nella sua stanchezza, nelle sue manie, nel vuoto della sua vita in cui ha perso l’amore, ma ritrova un senso.
E poi vediamo questi colori, sentiamo questo vento, ci sediamo in questi bar di Lisbona, che ci vorrebbe voglia di essere subito lì, adesso.
In fondi i libri fanno (anche) questo.

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