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I libroni che vedete nella foto contengono il codice per il software da destinare al programma spaziale Apollo.
Più che libri sono tabulati: il codice, infatti, veniva stampato su moduli continui da inserire nelle stampanti ad aghi. A elaborare manualmente la mostruosa sfilza di dati fu la ragazza della foto, che si chiamava Margaret Hamilton.
Questo genere di lavoro era assegnato quasi sempre alle donne, perché – in un’epoca scarsamente informatizzata – veniva considerato secondario rispetto alle mansioni ingegneristiche affidate agli uomini.
Margaret era una matematica che all’epoca stava per compiere 30 anni, mamma di una bimba piccola che la seguiva in laboratorio.
Aveva già dimostrato il suo genio riuscendo a lavorare la progetto S.A.G.E. per le previsioni e simulazioni meteorologiche. Un programma che nasceva in ambito militare e di complicatissima decrittazione.
“Quello che erano soliti fare quando entravi, senza esperienza, in questa organizzazione, era di assegnarti un programma che nessuno era in grado nemmeno di capire come far funzionare. Si trattava di un programma pieno d’insidie e la persona che lo aveva realizzato era deliziata dal fatto che tutti i commenti fossero in greco e latino. Così, fui assegnata a questo programma e riuscii a farlo funzionare. Addirittura riportava l’output in greco e latino. Fui la prima a riuscire a farlo funzionare!».
La Hamilton fu così contattata dalla NASA per guidare il team che avrebbe elaborato il software per la navicella Apollo 11. Il compito era cercare la perfezione e prevedere gli errori, in modo da mettere il computer dell’Apollo 11 nelle condizioni di stabilire le priorità ed escludere le funzioni non necessarie per evitare sovraccarichi di energia richiesta.
Parliamo di macchine che possedevano una memoria di massa (dove custodire il programma anche da spento, per capirci) di ben 32k e una ram (per eseguirlo un pezzo per volta evidentemente) di 2kPer capirci, uno smartphone con una memoria da 2Gb è un milione di volte più potente del computer cui lavorò Margaret per guidare la navicella sulla Luna. Il vostro computer di casa, con tutta probabilità, ha una memoria di 2 o 4 milioni di volte superiore!

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L’allarme scattò quando, tre minuti prima dell’atterraggio, si attivò sulla navicella un radar destinato al rientro ma non all’allunaggio. C’erano concrete possibilità che il computer dell’Apollo 11 andasse in sovraccarico e non potesse gestire tutte quelle funzioni, andando in crash. Questo avrebbe impedito che la più grande impresa della storia dell’uomo si concludesse.
Ma, soprattutto, poteva portare la navicella a schiantarsi sul suolo lunare con il suo equipaggio.
Dall’Apollo 11, sull’orlo del panico, chiesero lumi sul da farsi: dovevano andare avanti o rientrare? La navicella sarebbe atterrata o si sarebbe distrutta al suolo?
Dalla base ordinarono  di scendere lo stesso, perché la macchina avrebbe risolto il problema.
E così fu.
La Hamilton aveva scritto tanto bene il programma ed era stata così meticolosa nell’analisi a monte del viaggio, da aver previsto il possibile conflitto e messo in condizione il computer di correggersi. La macchina, mentre la navicella scendeva, riuscì a stabilire le priorità e a ignorare quella funzione che non serviva per far prevalere tutto quanto era necessario all’atterraggio sulla Luna.

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“Dovevamo simulare ogni cosa prima del volo, non c’era una seconda possibilità”.
Nel 2003 la NASA ha conferito alla Hamilton l’Exceptional Space Act Award, insieme al premio in denaro più alto mai dato a una singola persona, considerandola pioniera di tutte le seguenti imprese spaziali.
Nel 2016 Margaret, che oggi ha 80 anni, è stata insignita da Barack Obama della Medaglia Presidenziale della libertà, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti destinata a chi abbia contribuito alla sicurezza, agli interessi, alla pace o alla cultura americane.

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