Io ho pubblicato a pagamento.

Fermi, non urlate, non stracciatevi le vesti: non parlo di Einaudi, con cui è uscito il mio romanzo d’esordio.

Assolutamente no!

Ho pagato PRIMA di quell’esordio, PRIMA di vincere il premio Calvino, PRIMA di Einaudi e di “A viso coperto”. 

Erano i primi anni 2000 e scrivevo racconti da sempre. Scrivevo chiuso in casa, per me e quattro gatti tra parenti e amici, senza riscontri e senza curarmi di un futuro nell’editoria. Non sapevo mica come funzionasse, l’editoria. Non sapevo niente e, forse, mi stava bene così.

Non avevo neppure Internet, navigavo con una chiavetta lentissima che mi incriccava le pagine. Preistoria, Medio Evo, secoli bui.

Dopo decine di racconti letti e apprezzati dai soliti quattro gatti, la mia fidanzata di allora ne mandò alcuni a un piccolo editore di Genova.

L’editore mi scrisse un po’ di complimenti e alcune critiche. C’era da lavorare, c’erano ingenuità, ma avevo ritmo e un racconto poteva interessare per una raccolta. Si chiamava “Fuga” e l’avevo scritto anni prima.

L’editore, però, fallì: “Fuga” non fu mai pubblicato e io mi ritrovai con un abbozzo di sogno editoriale abortito e il desiderio di riprovarci.

Passò altro tempo e, nel frattempo, io e la fidanzata ci lasciammo.

Ma ci volevamo ancora bene e, un giorno di Maggio, Silvia partì per la fiera del libro di Torino con sottobraccio una raccolta dei miei racconti. Girò per gli stand a chiedere se interessavano a qualcuno.

Dopo alcuni tentativi vani, trovò un editore disposto a leggermi. E dopo averli letti, miracolo: l’editore inviò una proposta editoriale per me!

Avrebbero pubblicato il mio libro di racconti neri e horror, ma serviva un mio contributo, e non era solo quello artistico.

Bastavano 1.500 euro per stampare le 150 copie che mi sarebbero spettate. In cambio avrei avuto un VERO libro, con SIAE e ISBN, anche se dovevo impaginarlo io con apposito software.

Da contratto, l’editore non avrebbe fatto promozione né avuto obbligo di organizzare presentazioni: me ne dovevo occupare direttamente, del resto ero un esordiente.

Non c’era nulla di male e neppure di nuovo, visto che la storia dell’editoria era piena di grandi autori che avevano pubblicato a pagamento, come Italo Svevo.

Negli ultimi anni quella prassi si diffondeva ovunque. Del resto, se l’autore per primo non credeva nel suo romanzo, chi altro ci poteva credere?

Comunque il mio libro sarebbe stato facilmente reperibile, con il sistema della stampa a richiesta, il fantastico “print on demand”: se i sovrani lettori avessero cercato il romanzo, l’editore avrebbe stampato le copie apposta per loro, calde come brioche appena sfornate.

Che cosa bellissima, sulla carta.

Che grande cazzata, nella realtà.

Partiamo dall’editing. Ho dovuto pagare pure quello, 300 euro extra per una minima correzione dei refusi e neppure completa: se riguardo quei racconti oggi, vedo cose imbarazzanti.

La copertina, lasciamola perdere: disegnata in casa da noi, commovente nella sua ingenuità.

La carta, praticamente da cesso: dopo due letture il libro sembrava essere stato pubblicato negli Anni Quaranta.

Alla fine, arrivano a casa 150 copie della mia pasticciata raccolta piena di refusi, con la copertina casereccia e la carta da cesso di cui vi ho detto. Eppure, di fronte a quelle scatole coi miei libri, io sono l’uomo più felice del mondo, stappo bottiglie e sogno di ribaltare l’editoria.

Con foga mi impegno in un’improbabile promozione, mando il libro a blog e siti, utilizzando le copie pagate di tasca mia. Ottengo qualche recensione discreta tipo “ok ragazzo le idee sono buone, il ritmo c’è, ma ci sono anche i difetti”. Arrivo in finale a un piccolo premio, ma all’editore non frega nulla.

Parliamo di una presentazione che un centro commerciale avrebbe la bontà di organizzarmi, ma non si farà mai.

Allora faccio da solo e organizzo la prima (e unica) presentazione a Genova. Vengono 8 persone, vendo una copia a un amico e spendo 100 euro di pizzette e pasticcini.

Intanto mando mail in giro, parlo del mio libro, ne acquisto altre 100 copie, per vendermele a mano. Sí, perché qualcosa non va: i lettori mi ripetono che ‘sta raccolta non si trova in nessuna libreria. Il famoso “print on demand” è un miraggio, un’utopia, un ingranaggio che si inceppa. L’unica demand che funziona è quella con cui ordino le mie copie ed eseguo il bonifico per pagarle.

Se i librai consultano i cataloghi, vedono che il romanzo non ha rimanenza di magazzino e non perdono tempo a ordinarlo. Se per caso lo ordinano, arriva con fatica ciclopica.

Il bello è che spesso (come nel mio caso) non c’è alcuna truffa: il contratto è chiaro e l’autore riceve il servizio per cui ha firmato. Il problema è che si tratta di un servizio di stampa, altro che pubblicazione. E quello che si stampa è un libro che nessuno ha mai davvero giudicato, valutato, corretto. Un libro della cui sorte all’editore non frega una mazza, perché lui non guadagnerà dalle quattro copie in croce vendute in libreria, ma dalle 100-200-300 copie che l’autore pagherà con 1000-2000-3000 euro, rivendendole a mano come i lavoretti di cucito della zia.

Un libro che potrebbe essere un capolavoro, ma non avrà lettori, perché in libreria non esiste.

Un libro al contrario, che resterà nel curriculum del suo autore per macchiarlo eternamente.

(E qui apro una parentesi autocelebrativa del sottoscritto, che – pur di aiutare poveri sciagurati come fu anche lui – sceglie di sputtanarsi con questo articolo ed essere per sempre additato come “uno che una volta pubblicò a pagamento”).

Ecco, dal 2005 i tempi sono cambiati, le informazioni circolano, internet è ovunque e dell’editoria a pagamento ormai si sa quasi tutto.

Ma, nel frattempo, io ho avuto la fortuna di pubblicare con Einaudi e di scoprire cosa sia un vero editore. Adesso ho guadagnato un posticino in ultima fila nell’Empireo dell’editoria, dopo averne attraversato i più infimi meandri.

Quindi, per piacere: non pagate per pubblicare, non pagate per un editing, non pagate per avere nulla dal vostro editore. Non pagate mai, nemmeno se vi dicono che dovete crederci, nemmeno se pensate di essere il nuovo Stephen King. Nemmeno se vi raccontano che, prima di voi, hanno pagato grandissimi autori.

Manzoni, per esempio.

Già, Manzoni pubblicò a sue spese una delle edizioni de “I promessi sposi” successive alla prima, inserendo nel testo alcune stampe parecchio costose.

Sapete come andò quell’autoproduzione?

Fu un colossale flop e la casa gli si riempì delle copie che si era pagato, mandando a bagno le sue finanze.

Vi ricorda qualcosa?

 

 

 
 
 

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