di Daniela Quartu

 

Ci sono coppie che mi fanno venire l’orticaria.
Vi faccio un esempio: “Mia moglie è psicologa, e sa, sono un po’ psicologo anch’io. Son due etti e mezzo di Parma, che faccio, lascio?”.
Poi ci sono le mogli che passano la domenica sul divano a fianco dei compagni per vedere su un circuito delle macchine che girano e girano e girano e girano…
Alcuni finiscono per assomigliarsi come si dice che succeda a cani e padroni. Chiaro, sono luoghi comuni, ma esistono coppie che vivono in simbiosi e si fanno piacere il jazz o i mercatini di Natale sognando, invece, una replica di Friends o una partita di calcetto.
È innegabile, tuttavia, che a un certo punto, persone che calpestano gli stessi 45 mq da più di dieci anni, qualcosa in comune la debbano avere. Magari uno dei due ha una passione forte, un interesse che approfondisce con un entusiasmo tale da riuscire davvero a coinvolgere l’altro, che ascolta per tutta la cena, sera dopo sera, le nuove scoperte frutto di tanto studio – con un solo angolino della mente rivolto a decidere se sia più irritante Piper Chapman o Lorelai Gilmore.
Mio marito, per esempio, ha studiato per anni le Olimpiadi di Messico ’68. Ha letto un mucchio di libri, ha visto ore di filmati di gare e interviste ai protagonisti, ha sentito i discorsi dei politici, degli studenti, degli attivisti. Sa tutto della musica di quel periodo e che clima faceva a Città del Messico il 12 ottobre 1968, quando, dopo una strage di piazza contro pacifici manifestanti, partirono le grandi Olimpiadi della protesta.
Prima ha scritto un articolo per il suo sito, poi ha progettato un romanzo che non ha visto la luce, poi ha pubblicato un saggio in cui racconta le imprese di alcuni di quegli atleti, e infine ha scritto e registrato un podcast tutto dedicato a quel particolare momento della storia sportiva, politica e culturale del pianeta. Diciamo che sono almeno un paio d’anni che in casa nostra non si parla d’altro.
Inevitabilmente, ha trasmesso questa passione anche a me, curiosa di tutto ma digiuna di sport, e così ho imparato a distinguere Ali da John Carlos, il tartan dal cemento, il salto in alto di pancia da quello di schiena.
Particolarmente avvincente è la storia del tentativo di boicottaggio che gli atleti neri della delegazione statunitense progettarono per mobilitare l’opinione pubblica e i politici sul grave tema della discriminazione.
All’Università di San José, in California, misero in piedi un movimento chiamato Progetto olimpico per i diritti umani, che aveva come simbolo una grande spilla bianca, piuttosto brutta, bordata da una corona d’alloro e completata al centro dalla sigla OPHR (Olympic Project for Human Rights). Se non fossero andati alle Olimpiadi, loro, gli atleti più forti del mondo, avrebbero di sicuro concentrato l’interesse dell’opinione pubblica mondiale. Era la loro occasione per cambiare davvero qualcosa, per incidere nella storia una pagina di progresso.
Ma il boicottaggio fallì: gli atleti neri votarono a maggioranza contro il boicottaggio, e partirono per le Olimpiadi di Città del Messico. Come prevedibile, vinsero quello che dovevano vincere, ma riuscirono lo stesso a far parlare delle loro rivendicazioni con una forma di silenziosa protesta sul podio al momento della premiazione. I velocisti Tommie Smith e John Carlos indossarono la spilla bianca con la corona d’alloro e altri oggetti simbolici dell’oppressione, alzarono il pugno chiuso guantato di pelle nera e, soprattutto, abbassarono lo sguardo mentre si alzava la bandiera americana.
Insomma, quella foto la conoscete tutti, e probabilmente sapete pure che il secondo arrivato, un bianco australiano, Peter Norman, dal viso innocente e felice, aderì con fierezza alla protesta appuntando anche lui quella spilla sulla tuta.

Questo gesto segnerà la rovina della carriera sportiva di tutti e tre: ma questa storia ve la sa raccontare meglio Riccardo, se ancora non la conoscete. La trovate qui .
La storia che vi voglio raccontare io, invece, è più privata, meno drammatica e certamente più grottesca.
Un giorno, Riccardo, con una luce di desiderio negli occhi, mi fa vedere il sito di Tommie Smith, il vincitore della medaglia d’oro di quella famosa corsa sui 200 metri: in una sezione dedicata ai memorabilia, tra magliette e cappellini, spunta pure la spilla originale. Non sarà proprio quella sudata dal grande Tommie “The Jet” Smith, ma una delle poche rimaste di un movimento fallito in quell’anno fatale e mai più riformatosi negli stessi termini.
Io immagino uno scatolone in cantina, nella grande casa a Stone Mountain, da cui ogni tanto il Dr. Smith, ormai settantenne, attinge una spilla per accontentare coloro che vogliano spendere la bellezza di 300 dollari più spese di spedizione per vedersi recapitare a casa tale meraviglia.
Mio marito è un sognatore e allo stesso tempo un uomo concreto: avrebbe desiderato possedere quel potente simbolo, ma riteneva che non ce lo potessimo permettere. E pazienza.
L’ultima settimana di agosto, è arrivata a casa la prima copia del suo ultimo libro, quello che, tra gli altri, racconta anche le vite di alcuni protagonisti di Messico ’68. Emozionata, lo sfoglio e trovo la dedica più bella che avrei mai potuto immaginare. Un regalo inaspettato, che mi commuove e mi fa piangere per circa mezz’ora.
Appena rimasta sola, prendo una decisione: voglio stupirlo anch’io con una mossa a effetto, e, in men che non si dica, scrivo al Dr. Smith per ordinare la spilla.
Quant’è facile usare la carta di credito!
Non vedevo l’ora che arrivasse. Chissà come sarebbe stato contento, stupito e commosso da questo gesto inaspettato e un po’ avventato. Se lo merita, mi dico, questo e molto di più.
La sera dopo, alla fine di una cenetta in terrazza con cui festeggiavamo la prossima uscita del libro, Riccardo, tutto contento mi dice: “Devo farti vedere una cosa!” e tira fuori una busta imbottita. Curiosa e vagamente spaventata, apro la busta, mi si dilatano le pupille e divento immediatamente viola.
Il suo sorriso si spegne, mentre il mio cuore salta alcuni battiti e poi accelera.
Dentro il pacchetto c’erano non una, ma ben due spille bianche, bordate di una corona d’alloro e con la scritta Olympic Project for Human Rights al centro. Mi viene da vomitare. Colpito dalla mia reazione, si affretta a spiegarmi che non sono quelle originali, ma copie fatte fare tramite un sito per la modica cifra di 24 euro tutto compreso.
Mi sento male. La sorpresa è sfumata, perché lui legge il terrore nei miei occhi. “Che c’è? Che hai fatto?”, mi chiede come se avessi perso tutti i nostri risparmi alle slot machine. Devo confessare.
Lui vacilla, guarda altrove, sta in silenzio addirittura per un paio di minuti – e qui mi preoccupo davvero – poi mi prende la mano e con eroico titanismo arriva a dirmi: “Ohh, ma non sarà certo uguale a queste. È quella originale, ci sarà un numero, un attestato, vedrai che sarà bellissima, e il suo valore inestimabile.” Io non so dove sotterrarmi, e a entrambi non resta che far finta di credere che l’altro sia contento.
Dopo qualche giorno, arriva il famigerato pacchetto. Scopro che, generosamente, Tommie Smith mi ha omaggiato di un’altra orrenda spilla che celebra i cinquant’anni dalle Olimpiadi del 1968, ma di pergamene o lettere personali nessuna traccia.
Una firma a pennarello sul retro è l’unica differenza tra la mia, costata 300 dollari, e quella di Riccardo, costata 12 euro.


Abbiamo deciso di fare un quadretto trasparente in cui si veda la spilla da entrambi i lati, insieme a qualche foto d’epoca.
Riccardo continua a fingere entusiasmo e a rassicurarmi che quella reliquia rappresenta tantissimo per lui, soprattutto come prova dell’amore che rende scemi.
Ma io non posso fare a meno di visualizzare un signore alto, colto, ancora prestante per la sua età, che riceve una mail dall’Italia e si frega le mani con un sorriso satanico, mentre fa un ordine da 100 spille dell’Olympic Project for Human Rights per 19.99 dollari allo stesso sito da cui Riccardo ha fatto stampare le sue patacche.

 

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