“Devo farlo? Devo rischiare tutto per salvare una sola vita?”
Dopo anni di interrogativi scientifici Louis Pasteur  si trova di fronte un dilemma morale.
Siamo nel 1885 e la rabbia è una malattia contagiosa che ancora miete centinaia di vittime, specie tra i bambini che vengono morsi più spesso dagli animali malati, in particolare dai cani.
Il decorso della rabbia è terribile: infiammazione cerebrale, idrofobia, movimenti incontrollati e violenti, paresi, perdita di coscienza.
La prognosi è quasi sempre una sola: la morte.
Louis Pasteur, chimico e biologo francese, a quel tempo ha già scoperto la teoria della biogenesi ed elaborato le tecniche che (dal suo cognome) saranno chiamate di “pastorizzazione” delle bevande. Basterebbe questo a segnare la storia della scienza e consegnare il suo nome all’eternità.
Ma Louis ha anche studiato le cure per il colera dei polli e il carbonchio dei bovini e, nel tempo, ha individuato nel virus della rabbia, trasmissibile anche all’uomo, il suo più terribile avversario.
L’obiettivo ultimo di Pasteur, che ha già 63 anni, è sconfiggere questo nemico.
Forse dietro la battaglia contro la rabbia c’è anche un motivo anche personale: il ricordo di quando – da bambino – un lupo rabbioso ha morso diversi abitanti del paese di Louis, causandone la morte.
Dopo anni di studi, nel 1885 e lavorando sui conigli, Pasteur ha ormai isolato il primo vaccino antirabbico: ha utilizzato il midollo infetto dei conigli, lasciandolo diventare inerte e quindi somministrandolo in iniezioni sempre più virulente per far sviluppare all’organismo stesso le difese immunitarie contro la malattia.
Ha già trattato alcuni cani malati con successo, salvandoli.
Ma il vaccino non è testato sugli esseri umani, tanto che il geniale biologo dice: “Se è plausibile provare la fase sperimentale sugli animali, sarebbe invece criminale sperimentare sull’uomo”.
Per questo motivo Pasteur rifiuta di inoculare il vaccino a un bambino morso da un cane rabbioso, ma continua il suo lavoro e i suoi studi dichiarando, solo pochi mesi dopo: “Non ho ancora osato applicare il trattamento a uomini che siano stati morsi. Ma forse questo momento non può essere lontano ed avrei una gran voglia di cominciare dalla mia persona”
Eppure, ancora pochi giorni dopo queste parole, il biologo rifiuta nuovamente di inoculare il vaccino a un altro bambino, il cui caso gli è sottoposto via lettera.
Pasteur vive giorni di grande tormento: sa che la sua cura preventiva probabilmente è efficace, da ogni parte della Francia gli chiedono di usarla, di aiutare le persone, che è poi il motivo per cui ha ingaggiato la sua lotta contro la rabbia. Ma, al tempo stesso, conosce l’enorme rischio che rappresenterebbe inoculare il vaccino in un uomo non ancora malato e causarne il decesso. Non si tratterebbe solo della morte delle persone, ma anche della sua morte professionale, la distruzione di una credibilità costruita in anni e anni di studi, sforzi, esperimenti. Le cure per cui ha lottato sarebbero respinte, considerate pericolose.
Ma, tre settimane dopo l’ultimo rifiuto a somministrare la sua medicina, arriva alla sua porta Josepeh Meister. Lo accompagna la mamma, dopo un lungo viaggio. La donna è venuta a cercare questo anziano dottore che, si dice in Francia, avrebbe una cura per suo figlio.
Joseph ha solo 9 anni e, due giorni prima, è stato morso da un cane rabbioso. La sua situazione è disperata: il bimbo è stato coperto di saliva e sangue del cane e presenta ben 14 ferite da morso tanto da faticare persino a camminare. Un medico locale le ha cauterizzate.
Pasteur consulta alcuni colleghi e tutti sono della sua stessa idea: è praticamente certo che Joseph contrarrà la rabbia e ne morirà.
Lo scienziato si trova a un bivio: accettare la morte quasi sicura del bambino oppure utilizzare il suo vaccino mai testato?
Nessuno sa che cosa scatti nella mente di Pasteur, cosa spinga un ricercatore ultrasessantenne che ha già guadagnato la gloria scientifica eterna a rischiare un tremendo fallimento per un solo bambino.
Forse la situazione è tanto disperata da spingerlo a giocare il tutto per tutto.
Forse è la presenza fisica di Joseph e della madre che lo implora di salvarlo. Non può dire no, ora che li ha davanti.
Forse è l’amore per la scienza, per cui ha deciso che quello è il momento di sfidare l’ignoto per il bene di un bambino solo e, di riflesso, dell’umanità intera.
Alle ore 20 di quel caldo lunedì 6 Luglio 1885 “non senza grande ansia” Louis Pasteur inietta mezza siringa di midollo di coniglio conservato per 14 giorno nel corpo di Joseph Meister.
Seguono quindi altre 12 iniezioni in 10 giorni, ognuna più forte della precedente; l’ultima iniezione contiene la forma più virulenta, in grado di uccidere un animale in solo 7 giorni.
Ma Joseph Miester, di nove anni, non muore. Il bimbo sopravvive e non sviluppa mai la rabbia: quella prima, pionieristica terapia antirabbica funziona, se applicata in tempi rapidi.


Da grande Joseph lavorerà proprio nell’istituto “Pasteur” dedicato all’uomo che gli ha salvato la vita.
Pochi mesi dopo la cura data al bambino, il 1 marzo 1886, Pasteur può affermare davanti all’Accademia delle Scienze di aver sottoposto al vaccino 350 persone morse da cani rabbiosi e per le quali era pressoché certa la prognosi di malattia e il rischio morte. Dopo il vaccino c’è stato un solo decesso, a fronte di 349 sopravvissuti.
La rabbia è prossima a essere debellata.
Pasteur ha sconfitto il suo nemico.

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