vera caslavka protest

Succede perché si tratta di donne, io credo.
Spesso le imprese delle donne, di qualunque genere esse siano, passano in secondo piano rispetto a quelle degli uomini. Temo sia un malsano frutto del maschilismo, per cui – nell’immaginario collettivo – l’eroe, il principe azzurro, quello che fa una cosa grande è, quasi sempre, un uomo.
Accade lo stesso anche nello sport, sia per le gesta puramente atletiche sia per le imprese che rimbalzano fuori da piste e campi da gioco.
Basta guardare le Olimpiadi del 1968.
Ricordiamo tutti i pugni chiusi di Tommie e Smith e John Carlos. Da qualche tempo conosciamo anche il sostegno che diede loro l’australiano Peter Norman, pagandolo a caro prezzo. Ricordiamo il salto in lungo di Beamon, oltre ogni limite umano, a otto metri e novanta. E il volo di Fosbury, con la nuova tecnica del salto in alto “di schiena”.
Ma scommetto che pochissimi ricordano le imprese atletiche e il clamoroso gesto politico di Vera Caslavska a quelle stesse Olimpiadi di Città del Messico.
Chi ha mai sentito parlare di lei? Cosa ha fatto di memorabile?
Anzi, chi è Vera Caslavska?
Vera Caslavska è una delle più grandi ginnaste di tutti i tempi: sette ori e quattro argenti la rendono la quattordicesima atleta più medagliata ai Giochi olimpici e la ginnasta con più vittorie a livello individuale. E poi quattro ori, cinque argenti e un bronzo ai Campionati del mondo e undici ori, un argento e un bronzo ai Campionati europei.
Per 4 anni, tra il 1964 e 1968, Vera Caslavska è imbattibile (e imbattuta) al concorso individuale.
Si tratta di una ginnasta innovativa, incredibilmente potente. Se volessimo fare un paragone azzardato con lo sport di oggi potremmo dire che ricorda la campionessa americana Simone Biles. Vera è esplosiva, ma non piccola, anzi: è alta 1 metro e 60 e pesa 58 kg, numeri impensabili per molte ginnaste di oggi.
“La nostra era una ginnastica fatta delle grazie delle donne, non delle bambine” dichiarerà anni dopo, criticando l’utilizzo di atlete troppo giovani.
Vera è anche una ragazza affascinante, con una grande chioma di capelli biondi, una donna che sa e ama stare al centro del proscenio.

Nella seconda metà degli anni Sessanta diventa un personaggio di copertina sulle riviste patinate e la sua fama avvicina quella di una diva del cinema. In quel 1968 viene nominata la seconda donna più celebre al mondo, dopo Jacqueline Kennedy.
Prima delle Olimpiadi, a causa dell’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia, Vera Caslavska si schiera a favore delle riforme liberali tentate da Alexander Dubcek e firma il manifesto anticomunista “Duemila Parole”.
Quando i russi, ad agosto, soffocano la “Primavera di Praga” e riprendono il controllo del suo paese, le cose per lei e tutti i dissidenti cambiano rapidamente in peggio.
Il campionissimo Emile Zatopek, la locomotiva umana, uno dei più grandi fondisti della storia dello sport, nonostante si sia ritirato da tempo viene relegato in una miniera di uranio.
Vera è vista molto male dal nuovo-antico regime e la sua partecipazione alle Olimpiadi di ottobre è in fortissimo dubbio. E così, mentre le temibili atlete russe sono già in Messico ad acclimatarsi, lei è ancora in Cecoslovacchia: temendo l’arresto e qualche forma di esilio, si è nascosta nel cottage di un amico, nella campagna della Moravia dove è nata, allenandosi con il sollevamento di sacchi di patate e con ogni altro mezzo possibile.
“Mi appendevo agli alberi, facevo esercizi a corpo libero sul prato davanti a casa, mi procuravo calli sulle mani spalando carbone”.
Solo che Vera Caslavska è anche una celebrità ed è complicato non farla partire per le Olimpiadi, sarebbe troppo clamoroso perfino per il nuovo regime guidato da Gustav Husak, che ha il compito di far digerire alla popolazione la fine delle speranze liberali e il ritorno all’influenza russa.
Quando arriva l’autorizzazione a partecipare alle Olimpiadi, Vera parte per il Messico senza essersi allenata in palestra o aver seguito programmi specifici per abituarsi al clima d’altura, con il rischio altissimo di trovarsi fuori condizione.
Eppure infila uno dietro l’altro una serie di successi clamorosi: oro nel concorso individuale, oro nel volteggio, oro nelle parallele.
Alla trave, invece, un contestato giudizio la fa arrivare seconda dietro la russa Kuchinskaya.
Ancora più incredibile è quanto accade nella gara del corpo libero. Alla fine delle esibizioni Vera sembra nettamente la vincitrice, poi la giuria, pare su pressione del membro russo, prende una decisione quasi senza precedenti e va inspiegabilmente ad aumentare il voto delle qualificazioni della russa Larik, che si ritrova avanzata di posizione e diventa anche lei oro, a pari merito con la Caslavska.
Durante entrambe le premiazioni il momento più solenne è quello in cui vengono suonati gli inni nazionali. È in questo momento che Vera compie il gesto che segna la sua storia e anche quella dello sport: quando deve ascoltare l’inno russo china la testa e rifiuta di guardare la bandiera con la falce e martello che rappresenta gli invasori del suo paese.
Lo fa già durante la premiazione della Kuchinskaya, vincitrice della trave, quando Vera occupa il secondo posto sul podio. Ma è nella premiazione della Larik, con cui divide il gradino più alto e l’oro, che l’immagine arriva nelle case di tutti gli spettatori, nitida, potentissima: la bandiera cecoslovacca che sale insieme con quella russa, le due atlete spalla a spalla e Vera Caslavska che china la testa e gira con dolorosa grazia il suo viso, senza degnare del suo sguardo la bandiera russa.
È la rappresentazione plastica di un dissenso. È una scena muta che vale più di migliaia di proclami. Come Smith e Carlos hanno alzato i pugni per rappresentare al mondo la segregazione di cui i neri sono vittime in America, così Vera Caslavska gira il viso e non onora la bandiera del paese che schiaccia il suo popolo.

Il giorno dopo, in Messico, Vera sposa il connazionale e mezzofondista Josef Odlozil in una cerimonia glamour seguita da una grande folla, cui accorrono molti messicani divenuti fan di un’atleta al culmine della sua gloria.

Vera è una radiosa “sposa del Messico”, ma non sa che la sua carriera, il giorno prima, è finita.
Benché acclamata anche dai cecoslovacchi, appena torna in patria viene messa sotto indagine dal governo insieme ad altri atleti del suo team per “influenze scorrette”. Le chiedono di ritrattare tutto e togliere la firma al manifesto liberale cui aveva aderito, ma lei non lo fa.
Per questo la Cecoslovacchia la bandisce dalla competizioni e le nega l’impiego da allenatrice.
Nel regime filorusso della sua nazione diventa “persona non gradita” eppure, paradossalmente, non può andare via:  ha divieti a volare, espatriare, lavorare. La sua biografia non viene neppure pubblicata nel suo paese ed è pesantemente censurata, quando esce in Giappone.
La Caslavska si guadagna da vivere facendo pulizie, fino a quando un giorno va al Ministero dello Sport in tuta da ginnastica e dichiara che non uscirà da lì senza un lavoro. Ottiene un ruolo, ma solo di consulente.
“Hanno voluto cancellarmi e ci sono riusciti” racconterà.
Tempo dopo ottiene il permesso ad allenare, ma solo fuori dal suo paese: diventa allenatrice della poca nota nazionale del Messico, il paese che più di ogni altro l’ha amata. Sembra che per riuscire a concedere il diritto di espatrio a Vera il Messico minacci perfino di cessare le esportazioni di olio in Cecoslovacchia.
Due anni dopo, per altri motivi, le esportazioni cessano realmente e – per ritorsione – la Cecoslavacchia la fa rientrare di nuovo in patria.
La Caslavska oltre alle persecuzioni governative affronta anche il trauma terribile della morte dell’ex marito Odlozil ucciso dal loro stesso figlio in un locale, durante una lite degenerata drammaticamente.
Per tutto questo Vera Caslavska, l’ex campionessa che tutti i giornali mettevano in copertina, cade in depressione e sceglie di scomparire in una casa di cura, diradando al minimo ogni apparizione pubblica.
“Dopo aver raggiunto la cima dell’Olimpo, non sono scesa per il percorso più facile. La mia strada è stata di pietre, discese a precipizio e pozzi profondissimi”.
Quando le chiedono perché non abbia mai rinnegato la sua scelta di contestazione risponde: “Se avessi rinnegato quel manifesto e quella speranza, la gente che credeva nella libertà avrebbe perduto fiducia e coraggio. Volevo che conservassero almeno la speranza’.
Solo negli anni Novanta e Duemila, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del regime sovietico, Vera Caslavska è riabilitata e ha gli onori che merita, diventando presidente del Comitato Olimpico cecoslovacco prima e ceco dopo, membro del Comitato Olimpico Internazionale e consigliera del presidente della Repubblica Havel.
Vera è morta nello scorso agosto, per un tumore al pancreas contro cui lottava da tempo.
Negli ultimi anni si è schierata contro la xenofobia e a favore della protezione dei profughi e la sua storia è diventata un docu-film intitolato “Vera68”. Il suo paese l’ha nominata seconda atleta più importante del secolo scorso, dopo Emile Zatopek, ed è entrata a pieno titolo nella “Hall of fame” della ginnastica mondiale.
Nonostante tutto il nome di Vera Caslavska è rimasto sconosciuto a molti. Forse per l’ottimo lavoro che il suo paese, all’epoca, fece nel cancellarla e relegarla all’oblio, forse perché Vera era una donna e noi tendiamo ancora ad affollare di soli uomini i nostri personali pantheon di eroi. Ma credo che la vicenda di questa atleta, militante e donna, da quei pantheon, non possa più star fuori.

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