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Fra le vittime italiane dei campi di concentramento c’è anche questo ragazzo di 36 anni.
Si chiamava Giovanni Palatucci e aveva studiato per diventare avvocato.
Ma la vita è strana e Giovanni si arruola come Commissario in Polizia. Finisce in servizio proprio qui, a Genova.
E’ il 1937 e Giovanni rilascia sotto pseudonimo un’intervista a un giornale locale, criticando una gestione del personale che tiene i commissari come lui chiusi in ufficio, invece che in strada a lavorare.

La cosa non piace per niente al Governo fascista, che lo fa individuare e prima medita di cacciarlo, poi sceglie di trasferirlo all’altro capo del paese, a Fiume, in Istria.

Lo mandano all’Ufficio Immigrazione, un compito di poco conto, perfetto per uno che non dovrebbe fare danni.

Ma, quando vengono approvate le leggi razziali, il compito dell’ufficio di Palatucci diventa improvvisamente centrale. Giovanni dovrà anche, trattare le pratiche delle persone di “razza ebraica”, segnalarle, contribuire alla loro deportazione.
Palatucci, insieme a un gruppo di colleghi, inizia così ad alterare le carte, ad avvisare in anticipo le persone dei rastrellamenti, ad aprire canali per fare fuggire all’estero o transitare indenni quante più persone può anche con l’appoggio di contatti nell’esercito e sui posti di confine.
Diverse persone vengono “deportate” al campo di concentramento di Campagna, a Salerno, gestito dallo zio monsignore di Giovanni. E’ una deportazione di facciata, perché qui gli ebrei vengono detenuti senza alcuna vessazione o violenza, in attesa che passi il momento terribile che devono attraversare.
Il tutto succede in assoluto segreto, senza lasciare tracce scritte. Molte di queste attività sono notturne, fuori dagli orari di lavoro, per non destare sospetto.

Quando Giovanni racconta del lavoro, in una lettera alla sua famiglia, lascia intravedere qualcosa di quanto che sta accadendo a Fiume.

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«I miei superiori sanno che, grazie a Dio, sono diverso da loro. Siccome lo so anche io, i rapporti sono formali, ma non cordiali. Non è a loro che chiedo soddisfazioni, ma al mio lavoro, che me ne dà molte. Ho la possibilità di fare un po’ di bene e i beneficiati da me sono assai riconoscenti. Nel complesso riscontro molte simpatie. Di me non ho altro di speciale da comunicare».

Il numero di persone salvate da Palatucci è, a oggi, incerto e non verificabile. Si è arrivati a parlare di 5.000 persone salvate, un numero forse eccessivo, ma che resta incalcolabile: le carte e gli archivi con cui Giovanni e i colleghi gestivano l’aiuto alla popolazione sono stati distrutti o manomessi da loro stessi per evitare di essere scoperti.

Per questo – purtroppo – la figura di Giovanni Palatucci è stata prima dimenticata per anni, poi – una volta riabilitata è divenuta oggetto di un nuovo e assurdo revisionismo nel 2013 che ha suscitato un effimero interesse di alcuna stampa che ha lanciato le presunte prove contro Palatucci e poi si è guardata bene dal riportare le testimonianze che alcuni sopravvissuti hanno voluto portare per difendere – ancora una volta – il Commissario.

Testimonianze orali, in prima persona o tramandate verbalmente ai figli, perché nulla poteva e doveva essere scritto.  Testimonianze che dopo le polemiche del 2013 riprendono un grande valore.

Questo racconta Renata Conforty, figlia di una coppia ebrea: “Io so solo una cosa: che Palatucci salvò mio padre e mia madre. Che assicurò loro in due occasioni documenti che li definivano internati ebrei liberi e impedirono il loro internamento nei campi di sterminio”.

“Di sua iniziativa aggiunse che avrebbe fatto il possibile per trovare il modo di far entrare al più presto tutta la mia famiglia in Svizzera, una sorella e un fratello di mio marito abitavano là» dice Elena Ashkenasy Dafner.  «Rifiutò con decisione» qualsiasi tipo di omaggio o segno di gratitudine, «sorpreso che il suo aiuto dovesse essere ricambiato in qualche modo»

Dopo il 43, però, la pressione su Palatucci cresce. Ormai rimane il solo funzionario a Fiume ne viene nominato reggente, sebbene la questura sia ormai priva di ogni peso.

I controlli sono più serrati, si chiede conto del suo lavoro, gira qualche sospetto e qualche voce. 
Viene avvisato di un pericolo concreto per la sua vita e il console svizzero di Trieste, suo caro amico, gli offre un passaggio sicuro verso la Svizzera, offerta che Palatucci accetta ma non per sé, mandando suo posto una ragazza ebrea che secondo parte della storiografia era anche la sua compagna. 

Ripetuti sono i tentativi di convincerlo a lasciare la città, cui risponde: “Fino a che su Fiume sventolerà il tricolore, io resterò qui”.

Per contrastare ulteriormente l’azione del comando tedesco, Palatucci vieta il rilascio di certificati alle autorità naziste se non su esplicita autorizzazione, così da poter aver notizia anticipata dei rastrellamenti e poterne dar avviso.  Scrive lettere a Roma con vibranti proteste per il disarmo ordinato a vantaggio dei tedeschi.  Nel frattempo, con il nome di Dottor Danieli, inizia a trattare segretamente con le forze alleate per l’istituzione di uno “Stato Libero di Fiume”.

E’ proprio questo progetto e la delazione di qualche spia a causarne l’arresto da parte delle SS con l’accusa di tradimento, il 13 settembre 1944. 

Il 22 ottobre venne trasferito nel campo di Dachau, dove muore due mesi prima della liberazione, a soli 36 anni.

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Le ultime parole che si ricordano di Giovanni Palatucci sono quelle riportate al suo collega e collaboratore brigadiere Capuozzo, padre del famoso giornalista Toni.

Capuozzo, saputo della prossima deportazione del commissario con cui lavora da anni, corre in stazione per salutarlo.

Disperato, parlando tra le grate del treno, il brigadiere chiede al suo questore se c’è qualcosa che può fare per lui.

Giovanni butta giù dal vagone un bigliettino di carta e dice: Capuozzo, accontenta questo ragazzo che è qui con me. Avverti sua madre che sta partendo per la Germania”.

L’ultimo messaggio, per aiutare qualcun altro, fino alla fine.

La mia Memoria, in questi giorni, va a lui.

 

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(Quest’ultima foto, scattata a DACHAU, è stata scattata e gentilmente concessa dal mio ex compagno di scuola e amico, Bruno Taraffo 

https://www.facebook.com/bruno.taraf)

 

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